Il presidente del Milan, Yonghong Li (foto: Daniele Mascolo)
Il presidente del Milan, Yonghong Li (foto: Daniele Mascolo)

L’ordine è arrivato lo scorso dicembre: «Vendete all’asta il 2 febbraio» (data poi rinviata) la partecipazione (11,39%) che Shenzhen Jie Ande, la holding cinese di Yonghong Li possiede nella società di packaging Zhuhai Zhongfu, quotata alla Borsa di Shenzhen. Valore circa 60 milioni, ma il ricavato andrà a risarcire le banche.

Quella partecipazione – rivela oggi il Corriere della Sera – era in pegno dal 2015 alla Jiangsu Bank a fronte di un prestito concesso alla stessa Jie Ande.

Soldi che, secondo il quotidiano di Via Solferino, la holding di Yonghong Li non sarebbe riuscita a rimborsare, tant’è che nel maggio 2016 la banca avrebbe fatto causa alla Jie Ande, a quel punto già insolvente, e il 7 febbraio 2017 il tribunale del popolo di Futian avrebbe ordinato di mettere all’asta il pacchetto nella società di packaging.

Jie Ande (la holding di Yonghong Li) – scrive ancora il Corriere della Sera nella sua ricostruzione – avrebbe fatto immediatamente ricorso contro la decisione del tribunale. Ma nel maggio 2017, poche settimane dopo l’acquisizione del Milan da parte dell’uomo d’affari cinese, il tribunale avrebbe respinto il ricorso della holding di Li (gestita da un prestanome) confermando la vendita coattiva a favore della Banca Jiangsu.

Ma la Jiangsu Bank non sarebbe l’unica banca esposta nei confronti del proprietario del Milan a reclamare il rimborso di prestiti.

Non sarà il Milan a ripagare il debito della holding: il piano di Fassone

Lo scorso 8 gennaio, stando a quanto ricostruito dal Corriere, la Banca di Canton avrebbe chiesto la liquidazione per bancarotta della holding Jie Ande

L’asta per la vendita del 11,39% della società di packaging Zhuhai Zhongfu viene pertanto rinviata, perché c’è la richiesta di liquidazione per bancarotta della Banca di Canton che si accavalla alle pretese risarcitorie della Banca di Jiangsu.

Nella sua ricostruzione il Corriere della Sera fa notare come «mentre era inseguito dai creditori in patria», il quarantottenne finanziere residente dal 1994 a Hong Kong sia riuscito a chiudere «in Italia – sotto i riflettori di mezzo mondo – una delle più costose acquisizioni calcistiche della storia, accreditandosi (e accreditato) come un grande e ricchissimo imprenditore dai mille interessi. Ma molto riservato».

«La sua credibilità, storia e consistenza patrimoniale», scrive ancora il Corriere, «l’ha riassunta in un documento consegnato alle parti nella trattativa e fatto circolare dagli uomini di Li, anche di recente, senza modifiche. Tra gli asset fondamentali, oltre alle famose e fantomatiche miniere di fosfato, c’è anche l’11,39% di Zhuhai Zhongfu, detenuto tramite la cassaforte Jie Ande».

Mister Li  avrebbe dunque esibito sul tavolo della trattativa con Fininvest le credenziali di una sua società-cassaforte che era già da tempo insolvente.

«A questo punto» – è la conclusione dell’inchiesta del Corriere della Sera (firmata da Milena Gabanelli e Mario Gerevini) – «i casi sono tre: 1) Li è realmente molto ricco, finora ha tenuto nascosto il suo vero tesoro che forse non può far emergere, e non paga i debiti perché è distratto. 2) Ha fregato tutti ed è un mitomane. 3) Si è prestato a interpretare la parte in un gioco più grande di lui nel quale i soldi e le garanzie non sono suoi».

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