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I tifosi dell'RB Leipzig (Foto Insidefoto.com)

Il modello Red Bull nel calcio inizia a dare i suoi frutti. In Bundesliga, infatti, la neopromossa RB Lipsia, una delle squadre di proprietà dell’azienda delle “lattine”, ha ufficialmente centrato la qualificazione alla Champions League: il 4-1 contro l’Herta Berlino ha permesso al Lipsia di festeggiare la matematica certezza di essere ai gironi della prossima Coppa Campioni.

Red Bull nasce in Austria negli anni ’80: la prima lattina della bevanda energetica viene venduta il 1° aprile 1987, e da quel giorno ne sono state consumate più di 60 miliardi. Oggi parliamo di un’azienda che nel 2015 ha venduto 5,9 miliardi di lattine, ha avuto ricavi per 5,9 miliardi di euro e ha quasi 11mila dipendenti in oltre 170 paesi.

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La sede di Red Bull a Fuschl am See, in Austria

Red Bull, però, non si occupa solo di lattine: negli ultimi anni infatti ha aperto una via nel marketing sportivo. Gli investimenti sono corposi: due scuderie di Formula Uno ma soprattutto atleti singoli di ogni sport, da Tony Cairoli a Neymar, passando per Mark Webber, Daniele Lupo, Marc Marquez, Felix Baumgartner, Gianmarco Tamberi, Alessia Trost, Sebastien Loeb.

 

Poi c’è il calcio. L’Austria Salzburg per prima, poi via via tutte le altre. A Salisburgo Red Bull sbarca nel 2005, cambia tutto, dal nome (oggi si chiama Fussballclub Red Bull Salzburg) ai colori sociali ma anche stemma e staff, vince 7 scudetti in 10 anni ma manca con costanza eccezionale l’accesso alla Champions League (nove eliminazioni consecutive ai preliminari). E nel frattempo acquista pure quella che sostanzialmente è una squadra B, l’FC Liefering, che oggi gioca nella seconda serie austriaca.

Poi c’è il resto del mondo. Gli Usa per primi, con i New York Red Bulls nel 2006: vittorie poche, in compenso stadio nuovo (Red Bull Arena, 25mila posti per 200 milioni di euro) in cui i tifosi hanno potuto godersi giocatori come Thierry Henry.

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Poi tocca a Brasile e Ghana. In Sudamerica Red Bull arriva nel 2007, fondando una squadra a Campinas che comincia dalla quarta divisione del campionato Paulista fino ad arrivare al primo livello del torneo statale, sfidando squadre come Santos, Corinthians e Palmeiras. In Africa, invece, il progetto dura sei anni, dal 2008 al 2014: poi i costi troppo elevati impongono di chiudere i rapporti con la squadra, che si affilia agli olandesi del Feyenoord.

Così si arriva al Lipsia. Scelta strategica, quella di Red Bull: l’obiettivo era trovare una squadra dell’ex Germania Est, per rilanciare calcisticamente una zona che dalla riunificazione non aveva più avuto squadre importanti. L’azienda austriaca punta prima sulla Dynamo Dresda, poi nel 2009 sposta l’attenzione sul SSV Markranstädt, squadra di quinta divisione che Red Bull acquisisce e, come al solito, trasforma. In Germania però le norme vietano di inserire il nome di un marchio commerciale nella denominazione societaria (a meno di deroghe come il Bayer Leverkusen): la nuova squadra si chiama così RasenBallsport Leipzig, con le iniziali RB che ricordano comunque il nome dell’azienda.

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Nel 2010 la squadra si sposta a Lipsia, risolvendo così anche il problema dello stadio: costruito per i Mondiali 2006, si rivelò sostanzialmente inutile fino all’arrivo di Red Bull, che lo trasformò nella casa della nuova squadra.

Da lì cominciò la scalata, che non si è ancora conclusa: il Lipsia passa dalla quinta serie alla Bundesliga nel giro di sette stagioni, prima squadra dell’ex Germania Est a salire in cima al calcio tedesco dal 2009. E oggi, da neopromossa, ha raggiunto la matematica certezza di chiudere la Bundesliga almeno al terzo posto, garantendosi l’accesso alla Champions League. L’ultima squadra della ex DDR ad arrivare in Europa era stata l’Union Berlino, che partecipò alla Coppa Uefa del 2001-02 dalla Serie B tedesca (nella stagione precedente era arrivata in finale della coppa nazionale).

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(Foto Insidefoto.com)

Insomma, dove non è arrivato il Salisburgo, prima creatura della Red Bull calcistica, ci sta riuscendo il Lipsia. E poco importa del rischio che non potessero andare entrambe in Champions: la strategia utilizzata per evitare il problema sarebbe stata quella di cedere alcuni giocatori dal club tedesco a quello austriaco, diminuendo così in quest’ultima la portata dell’impatto della Red Bull nei conti al di sotto del 30%, limite oltre il quale per l’Uefa scatta automaticamente il “conflitto” sulla multiproprietà. Ma non è detto che a Nyon siano d’accordo.

Le controversie

E non è certo l’unica controversia nata da questa “invasione” nel mondo calcistico. Perché cambiando drasticamente la storia delle società, Red Bull non si è fatta molti amici: basta chiedere a Salisburgo, dove i tifosi storici dell’Austria Salzburg hanno rifondato la squadra, che oggi milita in terza categoria.

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La Red Bull Arena di Lipsia

Oppure dalle parti di Lipsia, dove i tifosi riempirono di diserbante il prato dello Stadion am Bad di Markranstädt e distrussero cartelloni pubblicitari della Red Bul. Una rivolta che in certi casi è stata preventiva, come a Udine: in estate si era vociferato di un interesse dell’azienda per i friulani, smentito dalla società bianconera forse anche a causa della reazione della tifoseria. Non è tutto rose e…lattine, insomma.

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