Quanto pesa il monte ingaggi sulla vittoria finale di Champions League? Vince chi spende di più? Non proprio.

In passato CF – Calcioefinanza.it aveva proposto diversi articoli dove veniva dimostrato un elevato grado di correlazione tra fatturato e cammino europeo. In questo pezzo invece cercheremo di dare un diverso taglio all’analisi, evidenziando un’effettiva presenza di correlazione (o meno) tra costo del fattore lavoro “allargato” e vittorie sul campo.

Come costo del lavoro allargato s’intende la sommatoria d’ingaggio lordo e ammortamento ai diritti alle prestazioni dei calciatori: le due componenti principali alla voce input (“costi”) di conto economico.

La squadra che spende di più in termini assoluti per la costruzione della rosa (intesa secondo la definizione sopra descritta) è quella con la maggiore probabilità di vittoria? Quanto hanno speso, in termini assoluti, le squadre vincitrici delle ultime tre edizioni della Champions League? E quanto è stato l’impatto sul fatturato degli stipendi e degli ammortamenti del club campione d’Europa?

Partiamo con l’analisi dell’edizione 2015/2016 della Champions League, quella vinta dal Real Madrid ai rigori nel derby con l’Atletico a San Siro.

Il Real Madrid è stato, oltre che il club vincitore, anche la squadra con il fatturato più alto tra le 8 finaliste. Tuttavia non è stato il club che ha speso di più: i blancos infatti si collocano “solo” al quarto posto in questa speciale classifica. Solo Atletico Madrid e Benfica hanno speso meno. Inoltre la % del costo del lavoro sul fatturato dei madrileni è la minore delle migliori 8 squadre d’Europa: 52,8%: in sostanza ad ogni 2 Euro di fatturato, circa 1 Euro è destinato a costi riguardanti input di “produzione”. Al netto del Benfica, cui rapporto è al 77,9%, squadre come Paris Saint Germain e Manchester City destinano tre/quarti dei propri fatturati a spese per “mettere in campo” la squadra, sfiorando quota 400 milioni. La gestione sportiva è dunque molto onerosa e lontana dall’ipotetica best-practice “stabilita” nella scorsa stagione dal Real Madrid.

In questa edizione dunque ha vinto la squadra dal turnover più alto, ma non quella che ha speso di più. In ogni caso si è rivelata vincitrice la squadra più efficiente.

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Ponendo ora il Real Madrid come benchmark (squadra dalla quale i competitor dovrebbero copiare il modus operandi), è ancora più facile accorgersi di come la squadra di mister Zidane abbia sollevato il trofeo con un conto economico più “leggero” (minori costi) rispetto ai principali concorrenti. Paris Saint Germain e Barcelona, infatti, hanno speso circa il 20% in più del Real, nonostante l’eliminazione ai quarti di finale e lo stesso Manchester City, eliminato nello scontro diretto in semifinale, ha registrato costi per un valore pari al 117% degli spagnoli. Da sottolineare invece, sotto questo punto di vista, il record dell’Atletico Madrid: la squadra di Simeone dopo gli scalpi illustri di Barcelona e Bayern Monaco (entrambe squadre che contabilizzano input per più del doppio dei colchoneros) è stata sconfitta solamente ai rigori dal Real Madrid, nonostante costi per 114 milioni in meno di stipendi e 52 di ammortamenti. Infine, nessun club si è avvicinato al valore soglia del 70% tra stipendi/fatturato (netto player trading).

Uno dei maggiori output nel conto economico dei top club è derivante dai premi legati alle performance in campo europeo. Essendo tali premi una combinazione di risultati e market pool (come precisato in questo precedente articolo), non è detto che la squadra vincitrice sia effettivamente quella che ha incassato di più.

Il Real Madrid, infatti, ha incassato tre milioni di Euro in meno del Manchester City (pur eliminandolo in semifinale). Gli 80 milioni incassati dai blancos permettono di “giustificareun quarto dei costi sostenuti per arrivare a tali premi (24,44%) e costituiscono il 12,9% del fatturato totale (620 milioni).

Più è ristretta la forbice tra premi e costi sostenuti per generarli (costo del fattore lavoro) maggiore sarà “l’efficienzasportiva, pur considerando che, elementi quali market pool, ad esempio, non sono comparabili uniformemente tra le squadre di nazioni differenti in termini di valore da suddividere e numero di club partecipanti. (Gli stessi ricavi da stadio sono un elemento variabile (più partite più fatturato generato), ma questo tema merita un approfondimento ad-hoc considerando non solo il ricavo in sé, ma il ricavo in proporzione alla dimensione dell’impianto, il load factor e il valore medio per posto a sedere).

In questo senso speciale rilevanza è data dall’Atletico Madrid, finalista con “soli” 162 milioni spesi a fronte di 69 milioni di premi generati: il 42,9% di “copertura”. Di contro il Barcelona, squadra da 330 milioni di stipendi e 59 di ammortamenti, ha il rapporto più basso: 14,5%. È anche vero che però i catalani hanno la minore dipendenza fatturato/risultati sportivi: infatti solamente il 9,8% del turnover (572 milioni, al netto del player trading) dipende dai premi legati alla Champions. Segno questo che la “macchina” blaugrana poggia su altre fonti di ricavo, rendendosi parzialmente indipendente dai risultati sportivi.

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Nella stagione precedente (2014/2015), quella concernente la vittoria del Barcelona in finale contro la Juventus, i blaugrana hanno invece legittimato il proprio successo con la spesa più elevata in conto economico: 364 milioni tra stipendi e ammortamenti contro i 236 della Juventus – finalista – e i 349 del Paris Saint Germain o i 287 del Bayern Monaco, eliminati dallo stesso Barcelona nei turni precedenti. L’incidenza si attesta attorno al 65%: ogni 3 Euro di fatturato generati, 2 Euro sono stati destinati a costi per comporre la rosa vincente.

Nell’anno 2013/2014, invece, il Real Madrid di Carlo Ancelotti – nonostante l’investimento da oltre 100 milioni di solo diritto alle prestazioni di Gareth Bale – non è stato il club con più costi, ma fu il club dal fatturato maggiore. PSG, Manchester United, Barcelona e Chelsea contabilizzarono una quota maggiore di input a conto economico pur non riuscendo a sollevare il trofeo. L’incidenza del fattore lavoro “allargato” dei blancos, pari al 56%, è un altro dato da sottolineare: i madrileni infatti nell’orizzonte temporale dei tre anni hanno mantenuto costante questo dato, segno di una lungimiranza nella gestione delle risorse a disposizione.

Come in precedenza, poniamo ora il Barcelona (squadra vincitrice) come benchmark. I blaugrana rappresentano l’unico esempio – su un orizzonte temporale di tre anni – dove la squadra con il costo del lavoro più alto ha anche conquistato la vittoria finale. Le uniche squadre ad avvicinarsi, PSG e Real Madrid, contabilizzano rispettivamente 15 e 31 milioni di Euro in meno dei catalani. Interessante notare come la Juventus, finalista, spese circa i 2/3 del Barcelona e Atletico Madrid, Porto e Monaco (approdati ai quarti di finale) circa 1/3.

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Il Real Madrid che vinse la decima nella stagione sportiva 2013/2014 non fu, come già detto, la squadra che spese di più in quell’edizione per aggiudicarsi il trofeo, tanto è vero che squadre come Paris Saint Germain e Manchester United spesero il 15% ed il 5% in più dei madrileni (tradotto in termini assoluti parliamo di 46 e 15 milioni di Euro).

Menzione speciale meritano Atletico Madrid e Porto: gli spagnoli perché sono stati in grado di qualificarsi per una finale europea con “soli” 117 milioni di Euro (38% rispetto al Real Madrid, vincente solo ai supplementari) alla voce “fattore lavoro” o “costo della produzione”, mentre per i portoghesi vale lo stesso discorso per il passaggio ai quarti, con “solo” 101 milioni spesi. Un’altra squadra che rese la vita difficile ai ragazzi di Ancelotti fu il Borussia Dortmund che ha un profilo di spesa molto simile all’Atletico Madrid: 115 milioni di Euro (37% del benchmark), con un rapporto stipendi / ammortamenti pari a 4 : 1.

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Ricapitolando, la Champions League non è sempre stata vinta dalla squadra con il fatturato più alto (anche se in 2 casi su 3 si è verificato). Il fattore costo del lavoro allargato è stato elemento chiave per il successo solamente nel 2014/2015, anno dell’affermazione del Barcelona di Luis Enrique.

Anche gli outsider possono continuare a sperare.