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Cesare Prandelli (Insidefoto.com)

Nei giorni scorsi Cesare Prandelli si è dimesso dalla guida tecnica del Valencia. La società di Peter Lim – di cui Garcia Pitarch è direttore sportivo – dopo aver puntato su una serie di tecnici giovani e inesperti, tra i quali il socio in affari dello stesso imprenditore di Singapore, Gary Neville, aveva virato sull’esperto tecnico italiano.

Prandelli ha capito che i progetti presentati dal club non potevano essere mantenuti ed ha preferito dimettersi rinunciando quindi all’ingaggio. Un passo che solitamente in pochi, tra gli allenatori professionisti, hanno il coraggio di fare.

“Era un gran bel biennale – ha spiegato il tecnico in una intervista alla Gazzetta dello sport – . Se volevo fare il furbo avrei aspettato l’esonero, ma non sono fatto cosi’. Mi pagheranno i tre mesi. Avevano il problema del monte stipendi, volevano ridurlo, ma gli ho ricordato che quei contratti li avevano firmati loro”.

Ma dietro il fallimento tecnico (Prandelli chiedeva innesti che il club aveva promesso ma non poteva garantire, il che evidenzia un gap tra obiettivi del club e valore della rosa, almeno nel breve) c’è quello di un business model che a conti fatti non regge ed è inadeguato agli obiettivi.

“Mi avevano promesso rinforzi – ha puntualizzato Prandelli, sempre alla Gazzetta -, un investimento di 30 milioni poi molto ridotto. Ero stato a Singapore a parlare con la proprieta’. Avevo chiesto un centravanti, due centrocampisti, un difensore esterno e mi avevano dato l’ok.

Un business model su cui è necessario fare una riflessione, perchè diversi club italiani di alto profilo si trovano o potrebbero trovarsi in una situazione simile.

Il punto di partenza è uno: per essere sostenibili i conti del Valencia avevano bisogno ogni anno degli introiti da Champions League. Quando questa è venuta a mancare sono mancati i presupposti del club per avere conti sani.

Non entriamo qui nelle questioni, che pure presentano analogie a livello italiano (pensiamo a Lazio o in misura minore ma innegabile Napoli), che riguardano i dissapori tra la piazza e la proprietà, con contraccolpi in termini di seguito, ricavi da stadio eccetera.

Peter Lim è l’azionista di maggioranza del Valencia e a lui spettano le scelte. Nell’ultimo anno la società è stata l’unica tra quelle della Liga a presentare una perdita (4 milioni di euro). 

Il club non ha avuto una crescita numerica degli sponsor disponibili ad investire e in generale nonostante una proprietà straniera non è riuscito ad incrementare il proprio appeal internazionale.

Negli ultimi anni si parla spesso, ad esempio, di sponsor regionali. Ma questi se non si ha un brand di valore storico e internazionale rilevante, non arrivano.

E le eccezioni – ovvero club che possono sfruttare il loro marchio a prescindere dalla presenza europea – si contano sulle dita della mano: Inter, Milan, probabilmente qualche inglese delle prime 6 in classifica (vedi Manchester United o Liverpool su tutte), non molte altre.

Non è un caso che il Valencia, a lungo terza forza del calcio spagnolo, sia ormai decisamente dietro all’Atletico Madrid, a distanza molto ravvicinata rispetto a Athletic Bilbao e Villareal e già sopravanzato, nei ricavi, dal Siviglia.

In particolare il sito spagnolo La Jugada Financera, specializzato in analisi economiche sul calcio iberico, ha evidenziato come ci sia una distanza tra il valore che può avere la sponsorizzazione tecnica (la maglia) del Valencia, che può arrivare intorno ai 10 milioni di euro a stagione se parametrato con altre società simili, ma che al momento in questi termini pare semplicemente irraggiungibile.

E questo è un altro punto di riflessione per molti club italiani. Il mercato non crea una gradualità proporzionale nelle sue valutazioni ma un vero e proprio salto: non trovarsi nell’elite di un campionato (ai primissimi posti) può significare il dover subire un balzo molto alto in termini di valore economico del proprio brand.

A tal proposito tornano alla mente alcune considerazioni fornite da Marco Bogarelli (ex Infront) dopo la sua uscita dal gruppo. Bogarelli ha parlato della sua idea di un marketing collettivo per far aumentare i ricavi dei club italiani.

E alla luce di certe dinamiche l’impressione è che questa possa essere una soluzione di molti problemi di gap non solo dimensionale ma anche di valore economico e di distanza tra i club dell’elite europea e quelli che li rincorrono a livello nazionale.

Basta vedere – giusto per stare in Italia – la differenza tra le sponsorizzazioni tecniche delle varie squadre. Fare ad esempio come nell’NBA dove lo sponsor tecnico è uno e per tutta la Lega (e viene distribuito, a grandi linee, come succede per i diritti tv) creerebbe differenziazioni di certo minori (oltre probabilmente ad una maggiore riconoscibilità e vendibilità dei prodotti stessi).

Il tema oggi, come detto, riguarda il Valencia. Ma allargando l’orizzonte riguarda molti club, perchè in un calcio basato sulla crescita dei ricavi la differente penetrazione dei mercati, tra chi può lavorare a livello internazionale e chi mantiene una dimensione nazionale se non addirittura regionale, è la vera discriminante. E come dimostrato le coppe europee sono per molti, non per tutti, e non possono essere panacea di tutti i mali.

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