Investimenti cinesi nel calcio italiano. L’obiettivo dichiarato dell’impegno nella Cina nel calcio è un salto di qualità ambizioso – qualificarsi per i Mondiali e ben presto arrivare a competere per vincerli – ma sono le implicazioni economiche di lungo periodo che non dovrebbero sfuggire a un Paese come l’Italia, in cui il pallone è tra le prime dieci industrie nazionali. Su questo tema si concentra una ricca analisi di Giovanni Andornino – Docente all’Università di Torino e vicepresidente del Torino World Affairs Institute – che questa mattina viene pubblicata da La Stampa.

Il recente, repentino approfondimento delle relazioni economiche tra Italia e Cina va letto come l’inizio di un ciclo che in prospettiva potrà modificare il panorama degli equilibri e degli interlocutori internazionali del capitalismo italiano.

Le prime avvisaglie di questa nuova dinamica si ebbero nel 2014: tra marzo e luglio uno dei fondi sovrani riconducibili alla Banca centrale cinese acquisì una partecipazione di poco superiore al 2% in Eni, Enel, Prysmian, Fca, Telecom e Generali, facendo scattare l’obbligo di comunicazione pubblica da parte della Consob per ciascuno di questi titoli.

Era il segnale: Pechino sceglieva di superare questa soglia critica per trasmettere un messaggio pubblico di fiducia nell’economia italiana e negli sforzi dei diversi governi per rendere il Paese più attraente per gli investitori stranieri.

Una chiara indicazione della nuova apertura di Roma sarebbe stata, di lì a poco, la decisione della Cassa Depositi e Prestiti di cedere il 35% di Cdp Reti (la controllante di Terna e Snam) a State Grid Corporation of China, optando per un’inedita alleanza industriale con una delle maggiori società di Stato cinesi in un settore strategico.

Sul finire del 2015 l’ultima grande operazione: l’acquisizione di Pirelli da parte del colosso chimico cinese ChemChina per un importo superiore ai 7 miliardi di euro.

Nell’arco di poco più di due anni, gli investimenti cinesi diretti e di portafoglio in Italia sono così passati dall’essere quasi nulli a uno stock di oltre 12 miliardi di euro, con flussi che nel 2015 hanno portato l’Italia a posizionarsi tra le prime tre destinazioni degli investimenti cinesi nell’Unione Europea insieme a Regno Unito e Francia.

Nel particolare momento di transizione che l’economia cinese sta vivendo oggi questa proiezione di capitali verso le economie europee risponde a logiche stringenti. Sul versante della finanza sovrana, è noto che la Cina mantiene imponenti riserve in valuta, seppure in graduale contrazione: la diversificazione del portafoglio resta una priorità e la stabilità dell’area euro è centrale in questo quadro.

I frequenti, accurati interventi della Banca centrale cinese nel mercato italiano rispecchiano questa doppia esigenza. In campo industriale, è ormai un dato acquisito che gli anni della turbo-crescita cinese sono alle nostre spalle e che il Paese si va assestando su una «nuova normalità»: lo sviluppo della Cina in futuro non potrà dipendere da un uso più estensivo di risorse: dovrà essere generato da incrementi di produttività, ossia da innovazione tecnologica, efficienza nei processi e riconoscibilità sul mercato.

Sono questi gli asset strategici che le imprese italiane posseggono: brevetti, knowhow, maestranze fidelizzate, marchi riconoscibili e l’autorevolezza del Made in Italy. Questi fattori, che hanno un evidente valore anche nel contesto italiano, agli occhi di potenziali acquirenti cinesi sono resi ulteriormente appetibili dalla consapevolezza che il mercato in Cina resta fortemente presidiato.

Per la più parte delle imprese italiane – specie le piccole e medie – accedervi impone costi notevoli a fronte di rischi seri di fallimento: una fusione o acquisizione da parte cinese può invece spalancare le porte a un mercato già enorme e in via di rapida maturazione, salvaguardando o incrementando produzione e posti di lavoro. Per la controllante cinese, di converso, l’ottica è quella dell’incremento repentino di competitività, bypassando i passaggi intermedi richiesti dalla maturazione graduale di competenze locali.