Storia del grande Torino calciomercato spese – Il Grande Torino, che presto potrebbe avere uno stadio intitolato a suo nome, rappresentò un caso non solo per la forza di una squadra ripetutamente vincente, ma anche per il massiccio ricorso al calciomercato in anni in cui la Federcalcio provava – senza riuscirci – ad arginare le crescenti spese dei club.

Un caso che si perde nel tempo ma che riletto con gli occhi e la mentalità di oggi sembra incredibilmente attuale.

Spesso si tende a pensare al calcio vintage come ad un luogo estraneo alle dinamiche attuali del calcio finanziario. Un sentore nostalgico che ben presto si rivela del tutto infondato.

Del Grande Torino tanto si è detto e scritto: dalle gesta in campo fino alla tragica fine sulla collina di Superga, il 4 maggio 1949.

Ma in quegli anni il Torino rappresentò anche un modello quasi scientifico di ricorso al calciomercato, e fu la dimostrazione lampante che per puntare a vincere nel calcio servono – da sempre – spese e investimenti. Condizioni fondamentali e decisive (anche se non sempre sufficienti) per il successo.

Per contestualizzare la squadra nella realtà calcistica del 1947 basti dire che quando vent’anni dopo il Celtic Glasgow fu la prima società a vincere il Triplete la squadra scozzese era formata da giocatori nati tutti a meno di 30 miglia da Celtic Park.

 

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Il Grande Torino fu – vent’anni prima – una squadra costruita andando a pescare in giro per il Nord Italia tutti i giocatori di miglior prospettiva, esattamente come oggi (con la scala geografica cresciuta esponenzialmente in parallelo con le possibilità di movimento delle persone) si andrebbe a scandagliare l’intero globo per accaparrarsi i calciatori più promettenti.

A scriverne è il professor Nicola De Ianni nel suo libro “Il calcio italiano 1898 – 1981”: una ampia ed accurata analisi del calcio da un punto di vista economico – finanziario – industriale (De Ianni è docente di storia economica e finanziaria e storia dell’industria all’Università Federico II di Napoli).

Il Grande Torino – stando alle ricostruzioni di De Ianni – era anche il più lampante esempio di come in quegli anni i tentativi di governare e circoscrivere le spese del calcio (da parte del presidente Figc, Giorgio Vaccaro) venivano ampiamente bypassate dalle società.

Una storia dai contorni attualissimi, dalla genesi del gruppo di invincibili fino all’accertamento fiscale extra da 5 milioni di lire ciascuno che Torino e Juventus subirono il 19 dicembre 1947 per una diversa “interpretazione” sulle tasse da pagare sui trasferimenti e sui reingaggi.

Assai poco credibile è – scrive De Ianni – l’effettiva efficacia dello sbandierato accordo del settembre 1940 tra tutti i presidenti delle squadre di A e B per l’abolizione dei premi di rendiemnto annuali (massimo 5 mila lire) e per la fissazione dei tetti d’ingaggio (massimo 200 con deroga 300 mila per la A e 1.500 per la B) e gli stipendi mensili (massimo 3 mila lire per la A e 1.500 per la B).

Tutti valori ampiamente superati già da qualche anno e che il Torino confermava alla grande. I costi sostenuti da Ferruccio Novo per allestire il Grande Torino in una precisa ricostruzione di Mario Pennacchia nel suo libro “Il calcio in Italia” ammontano a 3,763 milioni tra il 1939 e il 1945. 

Nel dettaglio: nel 1939 Ossola venne preso dal Varese per 55 mila lire; nel 1941: Rigamonti dal Brescia per 18 mila, Pietro Ferraris dall’Inter 200 mila, Gabetto dalla Juventus per 330 mila. Nel 1942: Grezar dalla Triestina per 250 mila, Loik dal Venezia 625 mila, stessa cifra pagata per Mazzola sempre dal Venezia che ricevette quindi 1,3 milioni per due giocatori. Nel 1945: Bacigalupo dal Savona per 160 mila, Ballarin dalla Triestina 600 mila, Castigliano dallo Spezia 600 mila.

Un gruppo che in poco tempo divenne egemone nel calcio nazionale vincendo scudetti a ripetizione, e che nel 1948 fu anche al centro dell’attenzione in seguito ad un articolo pubblicato il 14 settembre da “La Stampa” contro i giocatori accusati di fare richieste esose e per questo intimiditi con avvertimenti pubblici e ipotetiche minacce di sostituzione con rincalzi potenzialmente più forti dei titolari.