“Dobbiamo dare un’identità più vicina all’immagine del nostro paese e del calcio che ci rappresenta. Lo stesso ct Conte è in difficoltà quando deve fare la Nazionale, ci sono atleti che per giocare vanno all’estero”. Queste le parole di questa mattina di Giorgio Squinzi al Resto del Carlino.

Una uscita, quella del presidente del Sassuolo, destinata a cadere nel vuoto, a meno che volontariamente non siano gli stessi presidenti dei club a cambiare strategia.

In Serie A e nei massimi campionati europei i cosiddetti stranieri già ci sono e si dividono in due categorie: oltre agli extracomunitari, per i quali ci sono precisi vincoli già ora, vi sono i comunitari che sono tutelati dalle disposizioni sulla libera circolazione dei lavoratori: un principio che la sentenza Bosman del dicembre 1995 ha chiaramente ribadito per quanto riguarda l’applicazione al campo sportivo.

Il presidente del Sassuolo afferma la necessità di una certa omogeneità culturale come elemento chiave in tante vittorie (soprattutto per club non di primissima fascia). “Quando abbiamo vinto a Milano con l’Inter – ha detto Squinzi, rivendicando la composizione della propria rosa – nove giocatori dei nostri 11 erano italiani: di là tutti stranieri. Se venite a vedere un allenamento del Sassuolo, sentirete solo una lingua: la nostra, che anche gli stranieri imparano. Se tutti capiscono cosa vuol cosa vuole l’allenatore, diventa più facile fare gruppo. Continueremo su questa strada”.

Infine Squinzi accenna all’esportazione di giocatori: “ci sono atleti che per giocare vanno all’estero”. A tal proposito può aiutare la lettura di qualche dato che evidenzia come questo fenomeno sia del tutto marginale nel calcio italiano (e ad onor del vero si tratta di un aspetto che può essere sottolineato come negativo solo se si parte da un atteggiamento volutamente paternalistico nei confronti di calciatori).

In particolare – stando ai dati dell’osservatorio svizzero CIES – l’Italia non figura tra i maggiori “esportatori” di calciatori in una classifica mondiale in cui alle spalle di Brasile e Argentina (il cui primato è facilmente pronosticabile) si trova a sorpresa una nazione tra le big5 europee, ovvero la Francia con 758 giocatori che a ottobre 2015 risultavano impegnati all’estero mentre la Spagna è al sesto posto con 497 giocatori e il Portogallo con 392.

Sempre stando ai paesi europei spiccano anche le nazioni ex jugoslave: quarta è la Serbia (607), settima la Croazia (477) e quattordicesima la Bosnia (363).

Soffermandosi sul caso della Spagna è giusto evidenziare come, nonostante il sesto posto con 497 giocatori e le stesse identiche regole che vigono in Italia sull’ingaggio degli stranieri, il paese iberico sia quello tra i 5 maggiori campionati con il maggior numero di giocatori cresciuti nei vivai impegnati in prima squadra (il 23,5% delle rose).

In definitiva, si può eventualmente anche apprezzare (ma non per forza) la volontà di Squinzi di dare una identità nazionale al calcio italiano (anche se è difficile capirne le finalità in termini competitivi) ma il problema in questo senso non sono certo gli stranieri quanto la volontà collettiva dei club italiani.

 

 

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