Settori giovanili in crisi, Lippi: "I bambini non pensano più al calcio"

I settori giovanili in Italia sono sempre più in crisi, non solo per la scarsa attenzione che soprattutto i grandi club riversano su questo ambito, ma anche per un mutato…

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I settori giovanili in Italia sono sempre più in crisi, non solo per la scarsa attenzione che soprattutto i grandi club riversano su questo ambito, ma anche per un mutato approccio di bambini e ragazzi nei confronti dello sport. Trovare esempi come quelli di Franco Baresi, Giuseppe Bergomi, Paolo Maldini e Francesco Totti è sempre più raro, ma allo stesso tempo lo è anche trovare soluzioni davvero efficaci per risolvere il problema.

Sviluppare un settore giovanile in grado di sfornare periodicamente aspiranti campioni, come accade da tempo ad esempio all’Ajax o al Barcellona, richiede infatti impegno e attenzione, oltre a uno sforzo economico non indifferente che in tempi di crisi non tutti i club sono in grado di sostenere. Anche l’approccio dei ragazzi nei confronti del calcio è profondamente cambiato: fino a una decina di anni fa ogni momento libero poteva essere un’occasione per trascorrere il tempo giocando con gli amici e per migliorare sul piano tecnico, mentre ora si preferisce pensare all’ultimo videogioco.

Marcello Lippi, grazie alla sua importante esperienza in ambito internazionale, ha voluto lanciare l’allarme attraverso un’intervista rilasciata a “La Repubblica” sottolineando quanto sarebbe importante riscoprire i valori di un tempo per vedere nuovamente il calcio italiano rivestire un ruolo da protagonista: “La Cina non arriverà presto a una finale mondiale perché non “pensa calcio”: ma anche l’Italia deve stare attenta a non smettere di farlo“.  L’ex ct campione del Mondo nel 2006 ha le idee chiare su come questa situazione si sia creata: “Anche da noi sempre meno bambini vanno in cortile a giocare a pallone. Pensano al telefonino, ai giochi elettronici, o vengono iscritti alle scuole calcio dai genitori. Ma sono proprio certi genitori e certi allenatori che pensano solo a se stessi, i peggiori nemici dei ragazzi innamorati della sfera. Si diventa campioni, o grandi attaccanti, sul prato dietro casa, da soli, non nelle accademie. Alla Cina questa mentalità brasiliana manca, in Italia si sta atrofizzando”.

L’allenatore toscano dopo sei mesi è tornato in Cina per presentare la sua autobiografia in mandarino,in cui parla anche dei “tre anni straordinari” che gli hanno permesso di portare al Guangzhou Evergrande la prima Coppa dei campioni dell’Asia e ne ha approfittato per confrontare la situazione del Paese asiatico con quanto accade da noi. Pensare di vedere alcuni giocatori da lui allenati nell’esperienza in Oriente anche in Europa sembra essere però ancora difficile: “Ottimi giocatori stranieri – dice – almeno tre cinesi da grande club europeo. Ormai costano caro, nessuno avrebbe il coraggio di investire un patrimonio per portarne uno nei campionati più importanti del mondo”.

Lippi definisce questo fenomeno come ‘la sindrome dell’attaccante’ “Il salto di qualità – spiega – lo misuri con la Nazionale, non con il club imbottito di stranieri, e per farlo servono attaccanti. Gli altri ruoli si possono imparare, il gol lo impari da piccolo con gli amici. Alla Cina per aspirare all’élite mancano gli attaccanti, se l’Italia smette di pensare calcio rischia di perdere posizioni: da noi i migliori negli ultimi vent’anni sono stati Maradona e Zidane”.

Il tecnico toscano prova anche a dare un suggerimento per uscire da questa situazione: “La ricetta: insegnare calcio a scuola, rimettere il pallone nella testa dei bambini, come lezione di vita, prima che come spettacolo e business. Non c’è alternativa per vincere domani, per conservare il fascino delle squadre che fanno sognare il mondo. Questione di educazione e in questo la Cina già ci supera. Qui non si tifa contro gli avversari, solo a favore della propria squadra: la sportività è la base per competere”.

La strada da fare in Italia è quindi ancora molto lunga, come dimostra lo studio dell’osservatorio calcistico svizzero del CIES: tra i migliori 20 settori giovanili a livello europeo non c’è nemmeno una squadra italiana. Probabilmente per far sì che davvero questo si realizzi servirebbe un netto cambio di mentalità supportato dalla Federcalcio tenendo presente che gli investimenti dedicati al settore giovanile sono completamente “scaricabili” ai fini del fair play finanziario.