Quando i soldi arabi arrivarono nelle casse del Manchester City, era lecito aspettarsi colpi faraonici sul mercato e grandi investimenti. Non ci si aspettava, però, che lo sceicco Mansour e la sua miriade di aziende infarcite di denaro da spendere cercassero di prendersi tutto il mondo.

Perché a vederlo, il progetto del City Football Group è in fondo questo: conquistare il globo. Con il pallone, certo, ma soprattutto con un progetto ben preciso. Che al momento ha portato il CFG in quattro angoli del pianeta. Ne manca uno: la Cina. E secondo rumors sempre più insistenti, i petrodollari dello sceicco prossimamente sbarcheranno lì.

L’Abu Dhabi Group

Nel 2008, il Manchester City era ancora in mano a un asiatico thailandese, Thaksin Shinawatra, che nel suo Paese è stato addirittura primo ministro tra il 2001 e il 2006, quando un golpe militare lo vide destituito. Tycoon divenuto ricco dopo la fondazione della Shin Corporation, azienda che opera nel ramo delle telecomunicazioni, Thaksin ha dovuto vendere il club, dopo alcuni problemi giudiziari con le autorità thailandesi. L’operazione si chiuse per 200 milioni di sterline bonificati dall’Abu Dhabi United Group for Development and Investment (ADUG). 

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Lo sceicco Mansour, a capo del Manchster City e del City Football Group

A capo della compagnia di private equity con sede ad Abu Dhabi c’è lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, membro della famiglia reale degli Emirati Arabi e ministro per gli affari presidenziali del suo Paese. l’Abu Dhabi United Group viene costituito proprio come Investment Vehicle per l’acquisizione del club, che fin da subito potè godere di ingenti somme per il mercato, oltre che una sponsorizzazione milionaria di 400 milioni di euro da parte di Etihad (compagnia aerea di Abu Dhabi) che però ha creato qualche problema con gli ispettori Uefa del Fair Play Finanziario.

La nascita del progetto City Football Group

Tra proprietà, infrastrutture (compreso il nuovo centro sportivo) e assegni staccati nell’alta educazione, i soldi investiti da Mansour nella città di Manchester ammontano a 1 miliardo di sterline. La vision del gruppo è ampia. Talmente ampia che la città inglese non basta più. Prende così corpo l’idea del City Football Group: una vera e propria azienda che controlli club di calcio in tutto il mondo. La parent company – la società madre – c’è già. I colori pure: il celeste delle casacche del club già posseduto. Il nome, lo stesso della squadra, basta cavare il riferimento alla città.

Ma non si conquista il mondo così, dal nulla. C’è già una rete di appoggi con altre squadre: dal 2010, il club ha diversi accordi sparsi per l’Europa, da quello con lo Sporting Lisbona (che prevede una sorta di diritto di prelazione sull’acquisto dei migliori giovani) a quello con l’Espanyol per l’arrivo in Spagna di giovani promesse dall’Academy del City. A questi si aggiungono i Work Permit Clubs: ovvero quelle squadre alle quali il Manchester presta giocatori non-Ue, ai quali altrimenti servirebbero 5 anni di residenza in Gran Bretagna per stare nel Paese con un passaporto comunitario senza il bisogno di un permesso di lavoro. Tra questi ci sono soprattutto club di Scandinavia e Belgio, Paese quest’ultimo dove è più facile avere il doppio passaporto: non è un caso che qui l’accademia Aspire, fondata dal Qatar, abbia il controllo del Kas Eupen, piccolo club belga.

Insomma, la base c’è. Basta aggiungere le squadre “brandizzate”. E gli uomini giusti al posto giusto: tre anni fa, lo sceicco assunse Ferran Soriano (già vice presidente e general manager del Barcellona) e Txiki Begiristain, che nel Barça era stato direttore sportivo: quest’ultimo arriva la stessa carica nel City, mentre Soriano viene preso come Ceo. Sarà lui ad avviare i contatti con Don Garber, commissioner della Mls, per avere una franchigia a New York. Per la Grande Mela è un’occasione d’oro: la possibilità è quella di avere un derby, oltre ad un nuovo stadio. Il tutto in un terreno fertlissimo come quello del soccer a stelle e strisce, in tremenda ascesa di pubblico, investimenti, interesse mondiale.

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Andrea Pirlo, acquisto del New York City Fc

Nel 2012 nasce così l’idea del New York City Football Club, che ha debuttato quest’anno servendosi di stelle del calibro di Pirlo e Lampard. Nel 2014, il City Football Group ha messo a segno altri due colpi. Il primo è quello del Melbourne Heart, acquistato per 12 milioni di dollari e trasformato nel nuovo club del Melbourne City Fc, di cui il gruppo detiene l’80% delle quote e che non a caso assume la denominazione City, oltra ai colori del club inglese. Quindi, è stato il turno in Giappone del 20% degli Yokohama F. Marinos, club di proprietà della Nissan ma nel quale il City Group ha opportunità di sviluppo (e di acquisto futuro della maggioranza…), visto l’alto interesse mostrato dai giapponesi nel calcio anche dopo il Mondiale.

Sì, perché la strategia è chiara: andare in mercati in ascesa, dove seminare interesse utilizzando il Manchester City attraverso squadre simili per nome e colori sociali. Il tutto per crearsi una worldwide power base, un blocco di appassionati in tutto il mondo, attraverso un metodo di lavoro che prevede l’utilizzo del City Football Group come piattaforma comune per le strategie di comunicazione e marketing, oltre che di condivisione di metodi di lavoro tecnico e sanitario. Non è un caso che l’azienda abbia appena inaugurato una partnership con Sap, gigante della produzione di software che ha già collaborato con Bayern Monaco e Hoffenheim, in qualità di “Cloud Software Provider”: per gestire una piattaforma globale, c’è bisogno di tecnologie adeguate.

Arriva il turno della Cina

Inghilterra, Stati Uniti, Australia e Giappone. Letteralmente, i quattro angoli del globo. Ma nulla vieta che possa esserci una quinto angolo. Magari di lingua cinese. Le voci di un possibile sbarco del City Football Group in Cina si sono intensificate negli ultimi mesi, soprattutto dopo la comparsa di un annuncio del City Group nel quale si cercavano allenatori per uno staff tecnico destinato alla Cina stessa.

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L’annuncio del City Football Group sulla ricerca di nuovi tecnici per la Cina

 

Attualmente siamo l’unica organizzazione calcistica al mondo a poter andare da uno sponsor e dirgli: “Di che cosa avete bisogno? Visibilità in America? Ce l’abbiamo. In Australia? Ce l’abbiamo. In Asia? Ce l’abbiamo. In Europa? Abbiamo anche quella“, ha spiegato Soriano al foglio Catalano Ara, come ha giustamente ricordato il sito Socceritalia. Ora tocca alla Cina, dove il mercato degli sponsor è un piatto ricco. Ma a differenza dei club europei, che qui vengono per una tournée, firmano accordi strategici e vanno via, il City vuole restare con il proprio brand.

La questione degli sponsor rimanda a quella della visibilità. La Premier League, dove gioca il Manchester City, è il campionato con la maggiore esposizione e questo potrebbe rendere le cose più facili. Ma c’è un aspetto a fare da contraltare: in Cina, diversi club sono in mano a magnati del Paese che non vedrebbero di buon occhio un’invasione nel proprio mercato. Per fare un esempio il Guangzhou Evergrande, squadra allenata nel recente passato anche da Marcello Lippi, è di proprietà dell’Evergrande Real Estate Group di Xu Jiayin, il cui patrimonio personale è stato stimato da Forbes ad inizio 2015 in 6,3 miliardi di dollari.

Il Guangzhou è diventato uno dei club migliori d’Asia negli ultimi anni e gli sceicchi non vogliono essere da meno: l’obiettivo del CFG è quello di prendere un club di fascia medio-alta, per cercare di essere competitivi fin da subito. L’obiettivo è quello di rafforzare la propria presenza in Asia – in attesa dell’evoluzione della situazione con gli Yokohama F- Marinos – puntando sulla forza della crescita del movimento cinese. Tanto che lo stesso Governo ha di recente finanziato la costruzione di 20mila campi da calcio in tutto il Paese. E fare affari con Pechino non sarebbe male. Un giorno, non troppo lontano, la Cina otterrà l’organizzazione del Mondiale di calcio (ce l’ha fatta con i Giochi Olimpici invernali…): quando succederà, arriveranno altre orde di sponsor: il City Group non può farsi trovare impreparato.

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