Dopo i Mondiali 2014, la Nigeria aveva reso noto di aver raggiunto un accordo di sponsorizzazione con la Nike, che aveva già vestito le “aquile” tra il 1994 ed il 2003. Questa decisione, presa dal presidente della federcalcio Amaju Pinnick, ha creato un’infinità di polemiche, senza precedenti nella storia del calcio africano.

Ad accendere la diatriba ci ha pensato il direttore marketing della federazione nigeriana, Idris Adama, il quale ha fortemente criticato questa scelta: “Non devono ingannare i due milioni e mezzo di sponsorizzazione spalmati nei prossimi tre anni e mezzo di contratto. Tolte le tasse, questi soldi non possono bastare per dare un contributo di crescita al nostro calcio. In pratica, le nostre squadre non faranno altro che rappresentare Nike nelle varie competizioni. E’ un contratto da schiavitù”. Successivamente, utilizzando toni molto decisi, ha voluto fare chiarezza indicando chi si è occupato della trattativa: “E’ stato il presidente della nostra federcalcio, Amaju Pinnick, ad accettare questi ultimi termini della Nike. Nell’aria, in precedenza, sempre da parte dell’azienda americana, era ventilata l’ipotesi di un’offerta molto migliore rispetto a quella che è stata ratificata: così, è stato un po’ come svendersi ed è un vero peccato. Nessuno, purtroppo, ha seguito il mio consiglio di continuare a trattare fino all’ottenimento di una partnership più proficua”.

Le motivazioni principali che hanno scatenato questa situazione sono due. Innanzitutto sembra che l’Adidas abbia deciso di interrompere la partnership al termine dei Mondiali 2014, perchè durante la competizione, alcuni giocatori non avrebbero rispettato le regole di marketing, indossando capi griffati Nike. Inoltre, l’azienda tedesca si sarebbe tirata indietro in seguito ad una decisione molto discutibile, che riguarda il rifiuto della federazione di far praticare sport alle calciatrici omosessuali. Secondo alcune indiscrezioni infatti, altri brand come Puma ed Under Armour si erano mostrati interessati ad una sponsorship con la Nigeria, ma una volta venuti a conoscenza di questo fatto si sarebbero tirati indietro, lasciando così campo libero alla Nike, che comunque già da molto tempo difende i diritti gay in tutti gli Stati Uniti.

 

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