Premier League, ricavi per 3 mld e debiti per 2,5: l'effetto della "boom and bust culture"

La Premier League non è mai stata così ricca (lo sarà ancora di più a partire dal 2016) ma, allo stesso tempo, non ha…

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La Premier League non è mai stata così ricca (lo sarà ancora di più a partire dal 2016) ma, allo stesso tempo, non ha mai avuto tanti debiti quanti ne presenta oggi. Gli ultimi dati raccolti dal Daily Mail infatti, dicono che il reddito combinato dei 20 club inglesi raggiunge, e supera, i 3 miliardi di sterline. Ma a fare da pericoloso contrappeso, un’esposizione debitoria complessiva pari a 2,5 miliardi e stipendi che assorbono il 59% dei fatturati (1,8 miliardi).

Bilancio Premier League, il debito è un problema complessivo

Ma il problema non riguarda solo i numeri aggregati relativi solo alle big. Perché, se è vero che lo United, ad esempio, ha 342 milioni di debiti e l’Arsenal 241, in gran parte imputabile ai prestiti per costruire l’Emirates Stadium, una folta schiera di squadra di fascia medio-bassa ne ha accumulati per oltre 100 ciascuno, in gran parte dovuti alle politiche di spesa dei rispettivi proprietari. Si tratta del Qpr, del Newcastle United, dell’Aston Villa, dell’Hull City e Leicester. E in un epoca in cui la Premier non ha mai avuto tanti soldi, è quantomeno allarmante sottolineare la presenza di un crescente numero di società che viaggiano sul filo dell’incertezza e dell’instabilità finanziaria.

E’ la boom-and-bust culture, la cultura della spesa insostenibile

In Inghilterra la chiamano la “boom-and-bust culture“, ovvero la spesa, alla lunga insostenibile, per “comprare” il successo sul campo. Lo ha detto Mark Jenkins, CEO del West Bromwich Albion, uno dei pochi club inglesi virtuosi e senza debiti, come mostrano i risultati pubblicati di recente. “La cultura boom-and-bust può risucchiarti e prosciugare le tasche di proprietari spendaccioni“, dice Jenkins, al quale vengono in mente una serie di club che, puntando troppo in alto, sono finiti rovinosamente in basso, collassando sotto i colpi di una gestione sconsiderata. E’ il caso del Leeds United, spauracchio in campo europeo alla fine degli anni ’90 e caduto in disgrazia nel 2004, retrocesso e costretto a vendere la proprietà di Elland Road per 4,2 milioni di sterline, oltre ad altri beni immobiliari della società.

La storia del Portsmouth chiaro esempio dei problemi che affliggono i club ingelsi

E ancora, il Portsmouth, chiaro esempio di club finanziariamente “dopato” che, dopo l’inaspettata vittoria della FA Cup del 2008, grazie ad un squadra costruita proprio sulla cultura boom and bust, del tutto e subito,  è finito di mano in mano, strozzato dai debiti (119 milioni di sterline nel 2010) cambiando ben quattro proprietari solo nel 2009 e finito in amministrazione controllata per evitare bancarotta e fallimento. “La stabilità finanziaria è fondamentale” insiste Jenkins, punzecchiando ancora il Portsmouth, che in quell’edizione della Coppa d’Inghilterra, vinta contro ogni pronostico, eliminò proprio il West Brom in semifinale e che ora si dibatte nella quarta serie inglese.  “Abbiamo dimostrato che è possibile competere il PL costruendo, anno per anno” conclude il dirigente inglese.