Ormai non gli crede più nessuno. La Lega calcio e la Figc lo hanno estromesso dal piano di salvataggio del Parma, che prevede il fallimento della società e l’esercizio provvisorio coi soldi degli altri presidenti. I calciatori e i dipendenti pensano di aver a che fare con un ‘bluff’. Ma Giampietro Manenti è ancora a tutti gli effetti il proprietario del Parma. E in questa veste rilascia interviste, come quella di oggi alla Gazzetta dello Sport, e racconta i suoi piani (realizzati: per ora nessuno) di rilancio del club. “C’è la Procura che sta lavorando e io devo avere garanzie: non posso buttare via i soldi di altre persone. Se il 19 viene dichiarato il fallimento, il mio investimento finisce nella pattumiera. Il denaro c’era. E c’è ancora. Ma servono garanzie”.

Ormai è passato un mese da quando promise il famoso pagamento degli stipendi, che calciatori e dipendenti stanno ancora aspettando. La versione di Manenti ha – tanto per cambiare – dell’incredibile: “Il 16 febbraio alle otto di sera i bonifici sui conti correnti dei tesserati erano stati fatti attraverso la banca Monte Paschi. Il martedì mattina i bonifici sono stati annullati. Ho telefonato alla sede centrale di Siena, a Bologna, all’Ufficio Estero, ma nessuno mi ha dato spiegazioni. Il codice era stato generato nel momento in cui erano stati accettati i bonifici… Poi vorrei capire come mai un istituto di credito – si chiede il patron della “Mapi Group” – va a parlare con i clienti e non con l’interessato, cioè io, che ha ordinato l’operazione. Presto ci sarà il passaggio finale, ma alla Camera di Commercio il Parma risulta ancora di proprietà della Dastraso. Serve tempo perché siano formalizzate certe operazioni”.

Si riparte con le stesse promesse di febbraio: “Garantisco che metteremo qualcosa per i dipendenti prima del 19 marzo. È già nel piano di risanamento. Ci sono i fatti. Ho un piano di risanamento che sarà difficile smontare anche da parte della Procura. E quel piano sarà la salvezza del Parma. A meno che i miei soci occulti non vogliano il fallimento… Il 20 marzo pagheremo. I soldi arriveranno dall’Italia e dall’estero”. Eppure non sembra crederci più nessuno. In primis Tavecchio, presidente Figc, e Pizzarotti, sindaco di Parma, a cui Manenti non risparmia critiche.

“Si comportano come se facessero parte della società, allora tirino fuori i soldi. Tavecchio ha garantito che c’è un fondo americano disposto a investire nel Parma e ha detto che non intende parlare con me. Bene, ma il Parma è mio. E lui e Pizzarotti, al momento, stanno facendo come Totò e Nino Taranto che volevano vendere la Fontana di Trevi a un turista americano. Il club non è loro, che trattative vogliono intavolare?”.

Manenti ritiene di aver fatto del bene ad una società in crisi: “Io sono arrivato e ho rotto le uova nel paniere. Se fosse rimasto della Dastraso, il Parma sarebbe fallito in poco tempo. Forse quello era il disegno. Ma con il fallimento i dipendenti vanno tutti a casa. Lo sanno Tavecchio e Pizzarotti? Credo nel salvataggio, a differenza dei miei due soci occulti”. E racconta la storia del suo approdo al Parma: “Contatto Pietro Leonardi domenica 1 febbraio 2015. Mi dice che la società non è in vendita. Il giorno dopo mi chiama lui e mi mette in contatto con Pietro Doca, l’amministratore della Dastraso. In poche ore sistemiamo tutto. Ghirardi dietro di me? Non lo conosco. E se così fosse, in questa situazione sarei un pirla”.

Ma poche righe dopo aver promesso milioni di euro per i giocatori, Manenti spiega come si sta comportando per ridurre gli sprechi: “A Collecchio ho la mia stanzetta. Per risparmiare non uso la televisione e ho staccato il frigo bar. Dormivo in auto perchè non avevo i soldi per l’albergo? Un letto me lo posso ancora permettere”. E dedica un pensiero ai tifosi che lo hanno insultato in piazza un paio di settimane fa: “Mi sono vergognato per loro. Ma si rendono conto che se il Parma è in queste condizioni non sono io il responsabile? Comunque quell’assedio era stato organizzato e pilotato. Anche se non so da chi”.