Arrivato in Italia nel luglio del 2012, Michael Bolingbroke, londinese, è l’uomo fortemente voluto da Erick Thohir per riportare l’Inter “tra i primi dieci club al mondo“. Una sfida, anche contro il tempo, visto che alla Uefa è stato presentato un piano quinquennale che dovrà soddisfare, da una parte, le esigenze di bilancio, dall’altra le aspettative dei tifosi. La nuova proprietà infatti, non ha mai fatto mistero di quanto siano importanti, nell’operazione di rilancio sportivo del club, la cura e la gestione oculata degli aspetti economico-finanziari di un processo di risanamento appena avviato, che rompe con il mecenatismo morattiano e che si appresta a battere percorsi nuovi, nuove strategie per rivalutare un brand nobile ma in crisi.

L’intervista alla Gazzetta al CEO nerazzurro presenta alcuni aspetti rilevanti di quello che è il pensiero dominante in società, sia per quanto riguarda il mondo Inter e le sue ovvie peculiarità, dinamiche, problemi da risolvere e relative soluzioni, sia per quanto riguarda l’indirizzo preso più in generale dal nostro campionato, caduto in disgrazia perché incapace di rinnovarsi e, per dirla “alla Bolingbroke”, perché incapace di creare un brand solido e di valore: la rivalutazione del “prodotto collettivo” è la chiave giusta per colmare il gap e riproporre i club italiani ai vertici del calcio continentale. “E’ l’unica strada per crescere, soprattutto nel contesto globale. Una grande opportunità è data dallo sviluppo della tecnologia digitale. Adesso c’è la possibilità di far vivere ai tifosi all’estero la stessa partecipazione emotiva dichi segue una partita allo stadio. La Serie A deve sfruttare questa leva per costruire un marchio forte nel Nord America e a Est. Ci sono club italiani come Juventus, Inter, Milan che sono marchi forti di per sé, ma la Serie A collettivamente può dare un valore aggiunto. Nemmeno s’immagina quanti benefici deriverebbero da un lavoro collettivo”.

La distanza con i grandi club europei, nello specifico caso dell’Inter, è infatti enorme e Bolingbroke, ex Manchester United, è “costretto” ad analizzare gli impietosi dati relativi ai ricavi da stadio e l’esperienza diretta ad Old Trafford, per fotografare la complessità della situazione: 19 milioni per i nerazzurri contro i 135 milioni per gli inglesi, i numeri della netta differenza tra i “matchday experience” tra l’una e l’altra realtà.

Cifre giuste, e c’è una bella differenza. Quando vado alle partite casalinghe mi guardo attorno e sinceramente non riesco a comprendere come metà stadio sia vuoto. Nell’area attorno allo stadio, quella per intenderci che ti fa essere a San Siro entro un’ora e mezza, vivono 8 milioni di persone. Due terzi sono tifosi di calcio e 2,6 milioni tifano Inter: come diavolo è possibile che non si riempia lo stadio con 80mila persone? Il pubblico dovrebbe diventare parte integrante di una famiglia, la sfida è riempire lo stadio non solo per il derby ma ogni domenica, anche pere partite “normali”. Adesso vengono 30mila persone in media a gara, l’obiettivo è di arrivare a 50mila. E’ ovvio che vanno migliorati i servizi, i trasporti, la sicurezza, con settori adibiti alle famiglie. Ed è importante dire una cosa: non abbiamo alcuna intenzione di aumentare i ricavi alzando i prezzi dei biglietti ma semplicemente portando più gente allo stadio. In Inghilterra è differente perché gli impianti sono costantemente esauriti, mentre da noi l’indice di riempimento è molto più basso”.

Il piano di risanamento dei conti punta forte dunque anche sull’impatto garantito dallo stadio e S.Siro pare essere al centro della strategia societaria, sia per la storicità sia per il fascino esercitato dall’impianto: “La verità è che i tifosi prima di morire vogliono vedere dal vivo almeno una partita al Camp Nou, una a Wembley e una qui, a San Siro. Certo, è uno stadio da migliorare, ma ha potenzialità enormi e un fascino unico. E’ uno stadio fantastico, stiamo discutendo su cosa fare, ma saremmo felici di restare a San Siro, è la nostra prima opzione”.

Nello specifico, l’impianto deve fungere da esca per catturare nuovi sponsor, nuovi “consumatori” e avvicinare il pubblico alla squadra: “Prima di tutto bisogna investire negli stadi perché si attiverebbe un circuito virtuoso: non solo per la gente, ma anche per le tv e gli sponsor, che preferiscono migliori “scenografie”. Poi la globalizzazione: si pensi agli orari delle partite, c he dovrebbero essere più orientati ai mercati americano e asiatico. Sky e Mediaset sono interlocutori molto importanti per la Serie A, male 20.45 di domenica allontano le famiglie e i ragazzi perché l’indomani c’è la scuola. Se poi penso al mercato internazionale, alla Cina per esempio, lì è notte quando è prime time da noi”.

Ma per riportare la gente a ripopolare lo stadio è importante offrire uno spettacolo degno, che valga la pena di essere vissuto. Bolingbroke infatti sottolinea l’importanza di riportare il club a calcare palcoscenici diversi. “Certo che è un aspetto importante. Solo quattro anni fa l’Inter ha vinto il Triplete, quella deve essere la sua dimensione.

Il CEO sottolinea le linee guida che caratterizzeranno la nuova gestione, un monito alla pazienza dei tifosi abituati alla grandeur di Massimo Moratti. “E’ dura ma non abbiamo altra scelta. L’importante è che i tifosi, tutti quanti capiscano che in quest’era non è possibile spendere senza limiti. E’ cambiato il modo di gestire le società di calcio, non solo l’Inter. I proprietari non possono più iniettare soldi senza limiti nei club. L’unico modo è incrementare i ricavi e aumentare il potere di spesa”.

“Nel piano abbiamo mostrato come far crescere i ricavi, dallo stadio alle sponsorizzazioni, mantenendo sotto controllo i costi. Non è facile ma è ciò che richiede l’Uefa“.

Il mercato sarà dunque il riflesso di una politica tesa a non infrangere le regole del FFP in un momento in cui le mosse del club sono sotto la lente d’ingrandimento della Uefa: “Se ci saranno opportunità le coglieremo. Dipende da ciò che vuole fare e l’allenatore: tutto parte da lui, dalle sue necessità. Dobbiamo rispettare i parametri dell’Uefa ma la priorità è dare alla squadra e all’allenatore quel che serve per tornare in Champions. Se Mancini chiederà rinforzi troveremo il modo per accontentarlo. Ma sia chiaro: sempre dentro i vincoli del fair play finanziario“.

Fabio Colosimo

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