Ipotizziamo che due anni fa, quando Silvio Berlusconi decise che era arrivato il momento di dare una nuova stretta ai conti del Milan e il club decise pertanto di vendere Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva al Paris Saint-Germain, utilizzando i 65 milioni incassati (la somma è stata anticipata da Barclays) per alleggerire il rosso di bilancio e ripagare parte dei debiti con le banche, alla porta di Adriano Galliani avessero bussato i rappresantanti di un fondo di investimento con in portafoglio il 55% del cartellino (lasciateci passare l’espressione) di un giovane, ma già affermato in Europa, attaccante sudamericano, proponendo all’amministratore delegato rossonero di tesserare il giocatore pagandone meno della metà del suo valore di mercato. Se operazioni di questo tipo fossero consentite dalla normativa italiana e una proposta del genere fosse davvero arrivata sul tavolo dei dirigenti rossoneri, è facile immaginare che Galliani l’avrebbe almeno presa in considerazione, anche se tra le condizioni poste dal fondo di investimento ci fosse stata quella di rivendere il calciatore a un altro club più ricco non appena le sue quotazioni di mercato fossero ulteriormente salite.

Atlético-Madrid

Se nulla del genere è ancora capitato, almeno a quanto dato sapere, a Milano, è invece opinione diffusa, tanto da essere stata avvalorata persino dal presidente della Lfp (la lega calcio spagnola), Javier Tebas, che qualcosa di analogo sia capitato a Madrid e precisamente in Paseo Virgen del Puerto, dove ha sede l’Atletico de Madrid, il club allenato dall’ex interista, Diego Simeone, e grande rivelazione della stagione sia nella Liga sia in Europa.

Al termine della stagione 2010-2011 il club madrileno, reduce da un’annata poco brillante (il 7° posto nella Liga, l’eliminazione nella fase a gironi dell’Europa League e ai quarti in Coppa del Re), è infatti costretto a fare cassa per coprire parte del pesante indebitamento nei confronti del fisco spagnolo. Nell’estate del 2011 vengono pertanto ceduti alcuni dei campioni che avevano contribuito alla vittoria dell’Europa League nella stagione 2009-2010: il giovane e promettente portiere David de Gea, cresciuto nella giovanili del club, è acquistato dal Manchester United per 20 milioni, il brasiliano Elias, acquistato l’anno prima dal Corinthians, finisce allo Sporting Lisbona per 8,5 milioni mentre Diego Forlan passa all’Inter per 5 milioni. Ma l’operazione in uscita più importante è senza alcun dubbio la cessione di Sergio Aguero al Manchester City per 45 milioni. Complessivamente nelle casse dei colchoneros entrano circa 85 milioni, metà dei quali dovrebbero finire allo Stato spagnolo, che per evitare un tracollo finanziario del club ha nel frattempo acconsentito a spalmare su più anni il rimborso del debito fiscale.

Sergio Aguero ai tempi dell'Atletico Madrid
Sergio Aguero ai tempi dell’Atletico Madrid

Sembra la fine dei sogni di gloria per il club biancorosso. E invece, pur a fronte di queste difficoltà finanziarie, l’Atletico reinveste nella campagna acquisti circa 91 milioni, più di quanto incassato con queste importanti cessioni. Nell’estate del 2011 arrivano a Madrid dallo Sporting Braga Pizzi e Silvio, pagati rispettivamente 13,5 e 7 milioni, dal Galatasaray viene prelevato Arda Turan per 13 milioni. Ma il colpo più sensazionale è senza alcun dubbio l’acquisto dal Porto per 40 milioni dell’attaccante colombiano Radamel Falcao.

Come è stato possibile tutto ciò? Come è stato possibile che l’Atletico, pur a fronte dell’impegno a ridurre pogressivamente il debito verso l’erario (che ancora al 30 giugno 2013 era pari a circa 150 milioni di euro) abbia avuto la possibilità di investire nel mercato più di 90 milioni, allestendo così una squadra in grado di vincere nuovamente l’Europa League nella stagione 2011/2012? Per rispondere a queste domande occorre tornare all’inizio del nostro ragionamento. Se l’Atletico è riuscito in tutto ciò, infatti, è stato anche grazie alla decisione di mettersi in affari proprio con uno di quei fondi di investimento, forse il principale. Si tratta del Doyen Sports Investment, braccio sportivo della società di investimento Doyen Group (ha sedi a Londra, Sanpaolo e Istambul), nel quale avrebbero interessi anche Jorge Mendes, il potentissimo super-agente di Cristiano Ronaldo e Jose Mourinho, e l’ex ad di Manchester United e Chelsea, Peter Kenyon, e Simon Oliveira, già rappresentante degli interessi di David Beckham.

Jorge Mendes e Radamel Falcao
Jorge Mendes e Radamel Falcao

Secondo quanto ricostruito dalla stampa spagnola e in particolare dal giornalista di El Pais, Jose Marcos, il passaggio di Falcao dal Porto all’Atletico Madrid sarebbe stato possibile grazie al fatto che Doyen avrebbe avuto la titolarità sul 55% dei diritti di registrazione del calciatore. In altre parole, nonostante nel passaggio da Oporto a Madrid l’attaccante colombiano fosse stato valutato 40 milioni, la quota di spettanza dei colchoneros sarebbe stata pari circa 18 milioni, di cui solo 5 pagati inizialmente come prima rata al club lusitano.

Che Falcao, dopo poche stagioni, avrebbe dovuto lasciare l’Atletico Madrid per accasarsi in un club più ricco (già nell’inverno tra il 2012 e il 2013 si parlava di un possibile passaggio del colombiano al Real Madrid o al Chelsea) era dunque scritto. Così prevedeva la strategia del fondo Doyen. E nonostante Miguel Angel Gil, amministratore delegato e principale azionista dell’Atletico, nonché figlio dello storico presidente del club, Jesus Gil y Gil, avesse più volte affermato che la società fosse l’unica proprietaria del giocatore, alla fine il club fu costretto ad ammettere con una dichiarazione ufficiale sul proprio sito web che Doyen, “sembra essere fonte alternativa di finanziamento per le società di calcio”.

Paulo Futre e Jesus Gil y Gil
Paulo Futre e Jesus Gil y Gil

Il resto è storia recente. Dopo una fantastica prima stagione in Spagna, culminata con la conquista dell’Europa League 2011-2012 (Falcao segna 2 dei 3 gol con cui i colchoneros superano in finale l’Athletic Bilbao), il colombiano sembra pronto per trasferirsi al Chelsea, ma alla fine accetta di firmarsi a Madrid per un altro anno. Come ricompensa per la sua lealtà, al giocatore viene promesso un pezzo della sua clausola rescissoria, che nel frattempo è stato abbassata. Così, quando nell’estate del 2013 Falcao viene ceduto al Monaco del magnate russo Dmitry Ryboblev, per 60 milioni, circa 15 milioni finiscono nelle tasche del giocatore e di chi lo assiste (il gruppo Doyen).

E gli altri 45 milioni? Apparentemente, visto che nei bilanci dell’Atletico Madrid non viene dato conto dei rapporti d’affari con il fondo d’investimento, dovrebbero essere finiti all’Atletico e utilizzati per saldare il debito residuo con il Porto e per la parte restante a copertura del debito con l’erario. Apparentemente però. Nonostante nessuno lo abbia ancora confermato ufficialmente, la recente presa di posizione del presidente della Lfp (la lega calcio spagnola), Javier Tebas a favore delle cosidette “third party ownership” (TPO) rafforza i sospetti che gran parte dei proventi della cessione di Falcao al Monaco siano finiti nelle casse del fondo Doyen.

“Ogni anno L’Atletico Madrid deve pagare come interessi sul debito fiscale quasi 17 milioni di euro”, ha recentemente affermato Tebas. “Con una cifra analoga si potrebbe quasi pagare il nuovo contratto di Cristiano Ronaldo“. Secondo il presidente della Lfp il ricorso allo strumento dei football fund, sebbene vada regolamentato per impedire eventuali distorsioni, potrebbe aiutare i club della Liga a ridurre i costi legati alla gestione dei calciatori e in particolare la quota di ammortamento a conto economico. In questo modo, secondo il ragionamento del numero uno della Liga, anche i club meno ricchi rispetto al Real Madrid e al Barcellona potrebbero permettersi giocatori tecnicamente importanti, contribuendo così a mantenere elevato il tasso tecnico del campionato spagnolo, che potrebbe pertanto spuntare contratti economicamente migliori con le televisioni.

Il presidente della Lfp, Javier Tebas
Il presidente della Lfp, Javier Tebas

«Se c’è un meccanismo che permette ai team di accedere a buoni giocatori bisogna usarlo», ha spiegato Tebas, non solo perché renderà la singola squadra migliore da un punto di vista tecnico, ma anche perché in questo modo il campionato diventa più spettacolare ed è pertanto possibile guadagnare maggiormente dalla commercializzazione dei diritti televisivi.

Il meccanismo del Tpo, assolutamente lecito e diffuso in America Latina e in particolare in Brasile, dove molti giovani campioni sono di proprietà di fondi di investimento, in Europa, fatta eccezione per il Portogallo, è per lo più vietata. Non esiste tuttavia una disciplina comune tra le varie federazioni, anche se da tempo il presidente della Uefa, Michel Platini, ha manifestato il proprio impegno per arrivare a una regolamentazione generale del fenomeno, tale da impedire la sua diffusione nel vecchio continente. «Se la Fifa non dovesse intervenire per mettere al bando questo sistema», aveva annunciato Platini lo scorso maggio, «interverremo a livello di Uefa».

Secondo il numero uno della Uefa, infatti, il fenomeno del Tpo, oltre che essere eticamente scorretto, consentirebbe ai club di aggirare, grazie alla riduzione dei costi di gestione non monetari (come appunto gli ammortamenti), il regolamento sul Fair Play Finanziario.

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