Premier League: 100 milioni sono la nuova normalità? Plusvalenze oggi, costi record domani

I club inglesi si scambiano calciatori a cifre fuori portata per il resto d’Europa: un modello che potrebbe presentare il conto in futuro.

Premier League mercato
(Foto: Michael Steele/Getty Images)

Morgan Rogers per 117 milioni di sterline, Elliot Anderson per 116, Sandro Tonali per 100. E poi Savinho a 85 milioni, Bruno Guimaraes per 75 e Carlos Baleba a 70. Il mercato estivo 2026 della Premier League sta mostrando con particolare evidenza un fenomeno che non è nuovo per il calcio inglese, ma che ha raggiunto dimensioni difficilmente comparabili con il resto d’Europa: una quota crescente della gigantesca capacità di spesa dei club viene riversata direttamente su altre società dello stesso campionato.

Soltanto queste sei operazioni valgono potenzialmente oltre 560 milioni di sterline, senza considerare affari come Ezri Konsa dall’Aston Villa all’Arsenal per 51 milioni più bonus, Jan Paul van Hecke dal Brighton al Tottenham per 52 milioni, Maxence Lacroix dal Crystal Palace al Chelsea per 51 milioni o Nico González dal Manchester City al Newcastle per circa 50 milioni. Una montagna di denaro che cambia proprietà, ma che sostanzialmente rimane all’interno dell’ecosistema Premier League.

È un meccanismo che presenta indubbi vantaggi per il sistema inglese e che dimostra ancora una volta la forza economica del campionato. Allo stesso tempo, però, porta con sé alcuni rischi: dall’inflazione delle valutazioni all’accumulo degli ammortamenti, passando per una crescente dipendenza dalle plusvalenze e per la possibilità che il mercato finisca per rispondere anche a esigenze di bilancio oltre che a valutazioni strettamente sportive.

Il nuovo mercato Premier nell’era dello Squad Cost Ratio

Il fenomeno assume ancora più interesse perché coincide con un cambiamento profondo delle regole finanziarie della Premier League. Dalla stagione 2026/27 il vecchio Profitability and Sustainability Rules (PSR) è stato sostituito dallo Squad Cost Ratio (SCR). Lo SCR fissa all’85% dei ricavi legati al calcio, considerando anche il risultato netto derivante dal player trading, la cosiddetta Green Threshold per i costi della rosa. Nel numeratore finiscono gli stipendi dei calciatori e dell’allenatore, le commissioni agli agenti e soprattutto ammortamenti ed eventuali svalutazioni dei cartellini. Una scelta in linea con le norme UEFA, che prevedono un limite del 70% per i club che prendono parte alle coppe, più stringente.

L’85% non rappresenta tuttavia un muro invalicabile. Il nuovo sistema concede inizialmente a ogni club un margine fino a 30 punti percentuali, portando la Red Threshold fino al 115%. L’utilizzo di questo spazio viene poi progressivamente ridotto attraverso il cosiddetto feedback loop in caso di superamento dell’85%, mentre oltre la soglia rossa scattano sanzioni sportive. È un sistema concepito per permettere anche investimenti anticipati rispetto alla crescita dei ricavi, ma proprio questa flessibilità rende ancora più importante osservare come viene costruita la spesa nel medio periodo.

La grande convenienza: la plusvalenza arriva subito, il costo è distribuito

Alla base di molti affari esiste un’asimmetria contabile fondamentale. Chi vende riconosce il risultato della cessione nell’esercizio in cui il trasferimento avviene; chi compra distribuisce invece il costo del cartellino attraverso gli ammortamenti. Prendiamo un esempio puramente teorico. Un calciatore con valore contabile residuo di 20 milioni viene ceduto per 100 milioni: per il venditore può generarsi un utile da cessione nell’ordine degli 80 milioni, al netto naturalmente di eventuali commissioni, clausole sulla rivendita e altri costi direttamente collegati all’operazione.

Il compratore, invece, non registra quei 100 milioni interamente a conto economico nell’anno dell’acquisto. Il cartellino viene capitalizzato e ammortizzato negli esercizi successivi. Ai fini delle regole UEFA, il periodo utilizzabile è limitato a un massimo di cinque anni, indipendentemente dall’eventuale maggiore durata del contratto (una mossa tentata proprio dai club di Premier League nel recente passato e bloccata sul nascere dalla Federcalcio europea). Un investimento da 100 milioni comporta quindi, semplificando, almeno 20 milioni annui di ammortamento se distribuito sul periodo massimo consentito, prima di aggiungere stipendio e altri costi.

È facile capire perché il meccanismo possa risultare così potente: il venditore monetizza oggi un beneficio economico rilevante, mentre il compratore carica il costo su più stagioni.

Rogers e Anderson, due esempi perfetti

Pochi affari spiegano questa dinamica meglio di quelli che hanno portato Morgan Rogers dall’Aston Villa al Chelsea ed Elliot Anderson dal Nottingham Forest al Manchester City.

Rogers era arrivato al Villa dal Middlesbrough nel gennaio 2024 per un’operazione complessivamente valutata intorno a 15,5 milioni di sterline ed è stato ceduto poco più di due anni dopo per 117 milioni. L’operazione prevede inoltre che il Middlesbrough incassi circa 20,3 milioni grazie a una clausola pari al 20% del profitto sulla successiva rivendita. Anche considerando questa componente e il valore contabile residuo del calciatore, per il Villa la valorizzazione dell’asset rimane enorme.

Peraltro, il club di Birmingham potrebbe presto restituire il favore acquistando dal Chelsea Nicolas Jackson per 65 milioni di sterline. Un affare che assume ancora maggiore rilevanza, se consideriamo il fatto che entrambi i club sono finiti sotto la lente d’ingrandimento della UEFA e che proprio l’Aston Villa fu sanzionato dalla Federcalcio europea per violazione delle norme del Fair Play Finanziario, con accento sullo scambio di calciatori.

Una dinamica simile riguarda Anderson. Il Nottingham Forest lo aveva acquistato dal Newcastle nel 2024 per circa 35 milioni di sterline e due anni più tardi lo ha ceduto al Manchester City per 116 milioni. Anche in questo caso, al momento della vendita il costo originario era già stato parzialmente ammortizzato, amplificando ulteriormente il risultato economico della cessione rispetto alla semplice differenza fra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

Ancora più estremo, su valori assoluti inferiori, è il modello Brighton. Van Hecke era stato acquistato per appena 1,8 milioni e ceduto al Tottenham per circa 52 milioni. Baleba, arrivato dal Lille e sviluppato all’interno del sistema dei Seagulls, è stato invece venduto al Manchester United per 65 milioni garantiti più altri cinque di bonus. È il modello ideale per un club che punta sul player trading: comprare relativamente presto, sviluppare il giocatore in Premier e beneficiare successivamente del premio che le grandi inglesi sono disposte a pagare per un calciatore già testato nel campionato.

Il valore della Premier: pagare di più per rischiare meno

Qui entra in gioco uno dei principali pregi economici degli scambi interni. Comprare un calciatore già affermato in Premier League significa ridurre una serie di incognite che accompagnano normalmente un investimento dall’estero. Non ci sono da verificare l’adattamento al ritmo e alla fisicità del campionato, la capacità di rendere nel calcio inglese o, spesso, l’inserimento culturale e linguistico. Per alcuni profili si aggiunge poi il valore dello status di calciatore cresciutoo in patria, particolarmente importante nella costruzione delle liste.

Una parte del sovrapprezzo può quindi essere interpretata come un premio per la riduzione del rischio di adattamento. Ma diminuire il rischio di adattamento non significa eliminare il rischio dell’investimento. Un giocatore dominante nel contesto di Aston Villa o Nottingham Forest non necessariamente giustificherà una valutazione superiore ai 100 milioni all’interno di una squadra con esigenze tattiche, pressioni e concorrenza completamente differenti. Ed è qui che il vantaggio può cominciare a trasformarsi in un problema.

I soldi rimangono nella Premier e alimentano nuova spesa

Dal punto di vista del sistema nel suo complesso, gli affari domestici presentano un’altra caratteristica estremamente favorevole. Se il Chelsea paga 117 milioni all’Aston Villa, il capitale non lascia il calcio inglese. Il Villa può utilizzare quel denaro per finanziare altri acquisti, sostenere il monte ingaggi, ridurre l’indebitamento o investire nelle strutture. Se una parte di quelle risorse viene nuovamente spesa presso un altro club inglese, lo stesso denaro continua a circolare all’interno del campionato.

È quasi un moltiplicatore interno del mercato. I club con i ricavi più elevati comprano dalle squadre della fascia medio-alta; queste ultime monetizzano giocatori sviluppati negli anni precedenti e utilizzano le risorse per sostituirli; il denaro può così passare più volte da una società all’altra durante la stessa finestra.

Questa dinamica aiuta a spiegare perché la Premier possa sostenere livelli di spesa irraggiungibili per gli altri grandi campionati europei. Nell’estate 2026 la spesa complessiva delle società inglesi aveva già raggiunto circa 2,7 miliardi di sterline a diversi giorni dalla chiusura del mercato, dopo il record stabilito nella stagione precedente.

Plusvalenze non significa liquidità: il conto finanziario è diverso

C’è però da fare una distinzione essenziale tra conto economico e cassa. Registrare una grande plusvalenza non significa necessariamente avere immediatamente a disposizione tutto il prezzo della cessione. Un trasferimento da 100 milioni può prevedere pagamenti distribuiti su più esercizi, mentre l’utile sulla vendita viene riconosciuto contabilmente al momento dell’operazione.

Allo stesso modo, per il compratore il fatto che il cartellino venga ammortizzato non significa che il suo impegno finanziario scompaia. Cento milioni di costo non arrivano tutti immediatamente a conto economico, ma restano cento milioni da finanziare e pagare, secondo le scadenze stabilite nel contratto con il club venditore.

È precisamente uno dei rischi che il nuovo sistema della Premier prova ad affrontare affiancando allo SCR le regole di Sustainability and Systemic Resilience. Il messaggio è significativo: rispettare un rapporto tra costi della rosa e ricavi non basta, se poi il club non dispone della liquidità necessaria per sostenere gli impegni assunti. È probabilmente qui che si trova il rischio più importante per i grandi compratori. Immaginiamo che un club acquisti tre giocatori per 100 milioni ciascuno e che, ai fini delle regole finanziarie, il costo venga distribuito sul massimo di cinque stagioni. Il risultato sono 60 milioni di ammortamenti all’anno per cinque anni, senza ancora avere contabilizzato un euro di stipendio o commissioni.

Se dodici mesi più tardi vengono acquistati altri tre calciatori alle stesse condizioni, la nuova campagna trasferimenti aggiunge teoricamente altri 60 milioni annui. Dopo appena due estati il club si trova quindi con 120 milioni di ammortamenti annui prodotti soltanto da quei sei acquisti. È quella che può diventare una vera montagna di costi pregressi. La possibilità di distribuire il prezzo consente di spendere molto oggi, ma ogni mercato riduce una parte della capacità di spesa dei mercati successivi.

Rogers, per esempio, ha firmato con il Chelsea un contratto di sette anni, ma le norme UEFA limitano a cinque anni il periodo massimo utilizzabile per l’ammortamento regolamentare. Questo significa che contratti estremamente lunghi non possono essere utilizzati per comprimere indefinitamente l’impatto annuale del cartellino.

Il rischio di una dipendenza dal player trading

Da qui nasce un secondo rischio: la dipendenza dal player trading. Se una società accumula ammortamenti e un monte ingaggi elevato, le plusvalenze sulle cessioni possono diventare uno strumento essenziale per mantenere il rapporto previsto dalle regole. Vendere bene non è più soltanto un modo per finanziare nuovi acquisti, ma può diventare una componente strutturale del modello economico.

Finché il mercato è liquido e i giocatori mantengono un valore elevato, il circuito funziona. Il problema arriva se una rosa perde valore, se alcuni acquisti falliscono o se la domanda diminuisce. Un giocatore comprato per 100 milioni e rivenduto dopo due stagioni per 40 può infatti avere ancora un valore contabile significativo. In quel caso la cessione, anziché generare la plusvalenza necessaria, può produrre una minusvalenza o una svalutazione, mentre il club deve comunque trovare un sostituto.

È l’altra faccia dell’inflazione dei cartellini: più alto è il prezzo di ingresso, più alto è il valore che il calciatore deve conservare per non diventare un problema finanziario oltre che sportivo.

La Premier è abbastanza ricca per permetterselo. Ma fino a quando?

C’è infine una differenza fondamentale tra la Premier e quasi tutto il resto del calcio europeo: il campionato inglese dispone realmente dei ricavi per sostenere una parte importante di questi valori. Televisione, ricavi commerciali, stadi moderni e partecipazione alle competizioni internazionali producono una base economica che rende sbagliato equiparare automaticamente un trasferimento da 100 milioni in Premier a uno della stessa dimensione in un sistema con fatturati molto inferiori.

È anche per questo che parlare oggi di “bolla” sarebbe prematuro. Il rischio, però, è che la crescita delle valutazioni corra più rapidamente della crescita dei ricavi. In quel caso, quello che oggi appare un enorme vantaggio competitivo può diventare progressivamente una rigidità: più ammortamenti, più stipendi, più rate da pagare e una maggiore necessità di continuare a generare ricavi o plusvalenze per alimentare il sistema.

Ed è forse questa la vera fotografia del mercato inglese dell’estate 2026. La Premier non sta semplicemente spendendo più degli altri campionati: sta spendendo sempre di più anche su se stessa. Rogers, Anderson, Tonali, Sávinho, Bruno Guimaraes e Baleba dimostrano quanto sia potente questo circuito.

Ma anche il suo principale rischio: ogni plusvalenza record iscritta oggi nel bilancio di un club diventa un costo che un altro club dovrà assorbire negli anni successivi. Se i ricavi continueranno a crescere, la Premier potrà continuare a sostenere il meccanismo. Se i prezzi dei calciatori continueranno invece a salire più velocemente della capacità economica che li sostiene, il conto non scomparirà: sarà stato semplicemente spostato nel futuro.