Dalle indagini della Procura di Milano sul mondo arbitrale emergerebbe un vero e proprio sistema di segnali segreti fra gli addetti al VAR per evidenziare un probabile episodio degno di revisione. Un metodo ben più discreto delle cosiddette bussate che hanno fatto scoppiare il caso. Un sistema che qualcuno, ironicamente ma anche velenosamente, ha già rinominato “Gioca Jouer”, richiamando alla mente l’intramontabile tormentone di Claudio Cecchetto.
Come riporta l’edizione odierna del La Repubblica, prima di richiamare o meno l’arbitro in campo, i varisti presenti davanti ai monitor nella sala di Lissone si inviavano dei veri e propri segnali codificati in quello che è a tutti gli effetti un vocabolario muto a conoscenza solamente dei diretti interessati.
Ma quali erano questi segnali. Una mano alzata, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, significava «non intervenire». Il pugno chiuso «intervieni». Se siano una delle basi dell’inchiesta della Procura di Milano, però, bisogna attendere che i pm svelino completamente le proprie carte che hanno portato, al momento, a finire nell’elenco degli indagati per concorso in frode sportiva l’ex designatore Gianluca Rocchi e l’ex supervisore VAR Andrea Gervasoni.
Intanto, da uno dei tre capi di imputazione contestati a Rocchi c’è quanto emerge durante la sfida fra Udinese e Parma del 1° marzo 2025 quando l’allora designatore «in qualità di supervisore VAR, in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto VAR Daniele Paterna, che è indagato per falsa testimonianza. Quest’ultimo, come dimostrano anche video e audio, prima pensa che non ci siano gli estremi per fischiare un penalty a favore dei friulani. Poi si gira di scatto, sul suo labiale si legge la domanda «È rigore?», e tutto cambia. Perché comunica al direttore di gara in campo, Fabio Maresca, che si tratta di un possibile fallo in area e induce il collega a rivedere l’azione al monitor.
Qui a intervenire con quella che è già stata definita “la bussata” è lo stesso Rocchi, che secondo il protocollo non dovrebbe assolutamente farlo. Infatti, i varisti di una qualsiasi partita, in quella stanza protetta, dovrebbero essere sereni di valutare secondo il loro giudizio. Dal 2021 la sala VAR si trova a Lissone, e non più nella pancia dello stadio, o comunque nelle sue vicinanze, dove si svolge la sfida, come era in uso nei primi anni di introduzione della tecnologia. Una decisione con fini di massima trasparenza, ma che sta prendendo sempre più contorni sinistri con il proseguo delle indagini.
Il sistema di segnali segreti, infine, potrebbe essere stato adottato per provare a uniformare il più possibile il giudizio generale nel corso dello stesso campionato, ma secondo gli inquirenti, anche per quanto specificato dal protocollo di uso del VAR, si sarebbe molto vicini al confine con l’ingerenza e con la frode sportiva. Ovviamente, nell’ambiente arbitrale italiano era una cosa risaputa, soprattutto che il protocollo non permetteva questo tipo di interferenze. A confermarlo è l’ex arbitro Daniele Minelli all’agenzia di stampa Agi: «Le “bussate” in sala VAR? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva. Da quando Rocchi e i suoi vice non si sono più presentati a Lissone perché la federazione ha imposto la presenza della procura federale all’interno della sala VAR dopo la denuncia di Rocca, gli errori degli arbitri si sono moltiplicati in modo devastante».