Abodi: «Se pensiamo che non siamo andati ai Mondiali per i rigori abbiamo sbagliato tutto»

Le parole del ministro per lo Sport e per i Giovani: «Il passaggio successivo sarebbe quello di forzare la mano, ma io non voglio farlo».

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Andrea Abodi (Foto: Giovanni Pasquino / Deepbluemedia / Insidefoto)

«Il nostro sport è vincente dal punto di vista delle competizioni e dell’organizzazione. Ha prodotto quello che l’Italia riesce ad affermare, il valore produttivo e organizzativo. Tutte le discipline sono cresciute, non ci sono più sport minori. Il rugby inizia a dare risultati incoraggianti e il baseball non è più solo una disciplina cinematografica. Il tennis in questo è un emblema, aumentano gli impianti e si investe nella scuola. Non esistono ricette magiche, anche per il calcio. Non c’è nessuna novità che possa arrivare da un centro di ricerca. La verità è che il sistema non riesce a riprodurre le situazioni che hanno consentito ad altri Paesi di svilupparsi. Dovremmo darci un assetto di regole di governo». Lo ha detto il ministro per lo Sport e per i Giovani, Andrea Abodi, intervenendo nel corso dell’evento “Il Foglio a San Siro”, organizzato dal quotidiano Il Foglio.

«Se non siamo andati ai Mondiali non è perché abbiamo sbagliato dei rigori, ma perché non ci siamo fatti un esame di coscienza e non siamo riusciti a dare un senso al 98% di consenso. Dovremmo cercare di trovare un equilibrio tra interessi di chi si confronta con noi e il fatto che il calcio debba continuare a essere una disciplina con risvolto sociale ed educativo», ha detto parlando della crisi del calcio italiano.

«La riflessione deve essere fatta e una soluzione deve essere trovata. Più che un presidente dobbiamo trovare una unità di intenti. Posso pensare che cambiando presidente si trovi autonomia per quello che vogliamo fare? Ho qualche ragionevole dubbio. Non vedo convergenza sull’obiettivo. Io sono sempre per la via ordinaria, credo nella democrazia e nel confronto. Ma qui sono 17 anni che dialoghiamo», le sue parole.

«Se non comprendiamo che il calcio è una cosa seria, ma deve essere elemento di sollievo, non restituiamo al calcio la sua dimensione sociale. Bisogna tenere conto di ciò che la gente vuole. C’è la suggestione che un ministro possa fare tutto, e mi sta anche bene. Ma sono infastidito dalla cantilena “la politica si deve occupare dello sport e non occupare lo sport”, qui nessuno vuole invadere. Questo sistema ha dimostrato di non sapere ottemperare le esigenze di tutti, quindi non posso pensare di andare a trovare delle componenti dopo che è già stato trovato un nome. Ognuno ha un pezzo di responsabilità: ce la prendiamo e ci mettiamo intorno a un tavolo e si trovano delle soluzioni», ha proseguito parlando della corsa alla presidenza della Federcalcio.

«Negli altri Paesi, lo sviluppo delle infrastrutture è stato figlio dell’intraprendenza delle società, accompagnato dall’ambito amministrativo. Io ringrazio Milan e Inter per l’investimento, che è solamente all’inizio. Di questa visione e imprenditorialità ha bisogno non solo il calcio, ma anche la città di Milano e le altre realtà», ha detto parlando del nuovo stadio che dovrebbe sorgere accanto a San Siro.

«Abbiamo nominato un commissario tanto auspicato, ma io da parte della Federazione ho sentito passività. E ho sentito contrarietà alla commissione sul controllo dei conti dei club. Il sistema deve trovare un obiettivo comune per creare valore. Ho 14 mesi per chiudere il mio mandato e ho l’obbligo di contribuire a una funziona di sistema, non posso essere passivo. Non c’è nessuna formula magica, avrei preferito partire dalle componenti e trovare convergenza. Più che dire “aiutateci ad aiutarci” non posso fare. Il passaggio successivo sarebbe quello di forzare la mano, ma io non voglio farlo. Mi affido ancora una volta alla lungimiranza e al senso di responsabilità, ma ho bisogno di avere la certezza che questa volta non facciamo per finta», ha concluso.