Dall’1ç agosto la Sampdoria ha un nuovo CEO Corporate. Claudio Morelli ha infatti ereditato il ruolo di Raffaele Fiorella. Intervistato da Il Secolo XIX, Morelli ha colto l’occasione per una presentazione a 360 gradi. Prima, però, ha proposto un patto morale alla tifoseria: «Mettiamo una pietra sopra a quello che è successo, stiamole vicino: merita rispetto. Sbaglieremo? Sì. Facciamo vedere che la Samp è famiglia, che “noi siamo noi” e abbiamo uno stile diverso».
Morelli avrà come obiettivo primario quello di guidare il club blucerchiato al ritorno in Serie A, e lo farà con un Dna internazionale. I tifosi, che lui definisce «azionisti senza diritto di voto», rispondono sempre presente – sono già 18mila abbonati e meritano l’impegno della società.
«Non vengo per rivoluzionare ma col mio Dna – ha detto il CEO parlando di cosa porta in società. – Ho esposizione internazionale, ho lavorato negli USA, a Londra. Poi sono un allenatore UEFA A. È un valore aggiunto nel sentire la sensibilità sportiva, oltre a ciò che serve sul lato finanziario e del marketing. L’obiettivo è capire dove abbiamo sbagliato. Negli ultimi anni non è andata bene, dobbiamo ripartire con umiltà. È positivo che, ora, abbiamo una mono-proprietà e una sola visione».
Un legame con la Sampdoria che nasce da ben prima di questo incarico, come confidato dallo stesso Morelli:
«Sì, conobbi la famiglia Boskov e mi invitarono con i miei a Sampdoria-Inter 2-0 dell’89/90 (Vialli, Cerezo). Andai anche a casa del mister, lo seguii pure a Trigoria, quando allenava la Roma. Poi, venne in Svizzera al Servette e saltavo l’università per vedere i suoi allenamenti. Boskov è stato speciale. Essere arrivato qua non c’entra niente con Vujadin… ma c’entra. Credo nel destino. Cercherò di prendere il 5% di ciò che mi ha insegnato, e sarà già tanto. Diceva che la fortuna premia chi fa quel metro in più, intendeva avere coraggio. Come lo ebbe mio padre nel ’54».
Ferraris in cui ha fatto ritorno giovedì nel corso di una ricognizione. La situazione non è bella, come del resto non lo è nel nostro Paese, dove gli stadi sono obsoleti.
«C’è la volontà di fare uno stadio più confortevole – ha dichiarato Morelli, – sia per i tifosi di gradinata che quelli di tribuna. Ma anche che porti una dinamica socio-educativa per il quartiere, che è un luogo particolare della città a livello urbanistico. C’è anche da aumentare l’aspetto redditizio: gli sky box oggi sono insufficienti. Ma è vero che dobbiamo rispettare le norme per proseguire con la candidatura a EURO 2032. Dobbiamo limitare i danni, trovare l’equilibrio fra mantenere la gradinata come è oggi, il nostro punto di forza, ma rispettare anche le esigenze UEFA. Se guardo solo quelle, i nostri tifosi si arrabbieranno. D’altro canto, se ascolto solo i tifosi, non ci daranno la licenza. Ho letto il loro comunicato: rimarremo in contatto tramite il presidente De Gennaro, ma anche con me, con la Federclubs».
Trey è un proprietario che spesso è stato definito “lontano”, ma che in realtà si fa sempre sentire. Genova è sempre stata una città che ha guardato oltre: «Genova è una città portuale: i genovesi più degli altri dovrebbero avere sensibilità rispetto a un investitore singaporese. Da sempre arrivano asiatici in questo porto. A Genova c’è sempre stato un mindset internazionale». Guardando allo stato attuale della società, Morelli afferma come che conta sono «energia e progettualità. Nell’area sport fanno orari massacranti. Penso meritino più di quanto raccolto nella stagione scorsa».
Idee e progettualità che fanno da scenario a quanto sta accadendo nel calcio italiano. Da svizzero, la sua visione è cruda: «Guardo quello che sta succedendo in Federazione, poi prendo il passaporto svizzero e dico che se una nazione con dieci milioni di abitanti fa così bene ai Mondiali vuol dire che in Italia qualcosa di meglio a livello di progettualità si può fare. Un progetto non dura tre mesi, ma tre anni. È giunto il momento che il calcio italiano guardi al futuro e definisca la priorità fondamentale: la sua risorsa principale, il calciatore e la sua crescita. La Spagna è un ottimo esempio di modello sostenibile a lungo termine e porta risultato. Dobbiamo tornare ai fondamenti del calcio».
La Svizzera, a oggi, è superiore calcisticamente all’Italia. L’ha fatto grazie ai dati e allo scouting: «In Svizzera, le Under 21 e Under 23 giocano sistematicamente nei campionati semi-professionistici – ha dichiarato il CEO – e si confrontano con giocatori di trentacinque anni scesi dalla massima serie, o di 28 che rientrano da infortuni. Così si riduce la zona di comfort ed escono i Zakaria e i Manzambi. Ma volendo abbiamo talenti incredibili anche qui: Krastev, Diop, Conti. Merito di Jesper e Puggioni nell’Academy».