Il Cdr di Repubblica attacca: «Elkann rifiuta ogni incontro: clima di incertezza sulla trattativa con Antenna»

La cessione de La Stampa degli scorsi giorni ha riacceso le proteste dei giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.

Elkann
John Elkann (Foto: GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images)

La cessione de La Stampa da parte di Gedi al gruppo Sae ha riacceso il terreno di scontro fra il gruppo editoriale di Exor e la redazione de La Repubblica, altro quotidiano pronto a essere venduto, questa volta al gruppo Antenna dell’armatore greco Theodore Kyriakou.

Una situazione, come denunciano i giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, di pesante incertezza e tensione che si acuisce sempre di più con il passare dei giorni, considerando che la questione relativa alla cessione va avanti da almeno otto mesi, da quando hanno iniziato a circolare le indiscrezioni su una vendita da parte di Gedi. Il gruppo editoriale controllato da John Elkann ha sempre smentito fino a dicembre 2025, creando così ulteriore tensione.

Proprio da questo punto parte l’ultimo comunicato del Comitato di redazione della Repubblica: «Dopo almeno otto mesi da quando hanno cominciato a girare le prime notizie circa l’interessamento del gruppo greco a quel che resta di Gedi – notizie sempre smentite fino ai primi di dicembre 2025 dall’attuale proprietà Exor – siamo stanchi di assistere a questa sistematica operazione di demolizione dell’immagine del giornale e dei suoi lavoratori. Siamo costretti a sostenere le nostre posizioni tramite comunicati sindacali in assenza di un confronto onesto e trasparente sia con la attuale proprietà che fa capo a John Elkann – che ci ha sempre rifiutato un incontro – ma anche con il possibile acquirente o i suoi consulenti, che stanno da mesi esaminando le carte del gruppo Gedi».

«Ricordiamo che sul tavolo c’è la nostra richiesta – sostenuta dallo stato di agitazione che finora ha portato a due giorni di sciopero e al blocco da dicembre delle iniziative speciali – di garanzie occupazionali e democratiche perché sia tutelato il nostro lavoro e l’identità politica e culturale di Repubblica – continua il comunicato –. Riteniamo anche noi che ci sia un fondamento di verità in quanto scritto da autorevoli testate che parlano di trattative all’ultimo sangue sul prezzo di vendita, ma anche di probabili aspetti delle pieghe contabili che non convincono chi si è candidato ad acquistare quello che era il più grande gruppo editoriale italiano, ormai ridotto a uno spezzatino. E non essendo illusi, riteniamo fondati i timori che chi prenderà in mano le redini delle testate Gedi rimaste – fra le quali c’è Repubblica – possa voler ridimensionare fortemente gli organici. Per far questo, molti scrivono che si ricorrerà ad un nuovo piano di prepensionamenti, dopo quello sanguinoso di due anni fa. Un piano che di nuovo ridurrebbe le forze di questa redazione e la sua memoria storica, le sue professionalità più rodate. Sapendo che tutta questa materia è comunque regolata da provvedimenti di legge e sottoposta al vaglio e alla trattativa con le organizzazioni sindacali e di categoria, consigliamo a chi si sta occupando della vendita e a chi fa filtrare all’esterno le informazioni, di ricordare una cosa. Che qualsiasi manovra per ridurre gli organici dovrà passare da un tavolo di trattativa e che nulla deve esser dato per scontato».

«Neanche la previsione che la redazione potrà essere ridotta di un terzo o di chissà quanto, anche perché i prepensionamenti sono a norma di legge “volontari”. Attendiamo, con poca fiducia ormai, di avere gli incontri che abbiamo chiesto da mesi all’attuale proprietà di Gedi e a chi si sta palesando per acquistarla, incontri nei quali ribadiremo loro che l’identità, la storia e la forza lavoro di un giornale non sono merce in vendita», conclude il Cdr di Repubblica.