Nella giornata di ieri, la Rai ha comunicato il licenziamento per giusta causa del giornalista sportivo Enrico Varriale.
Come riporta l’edizione odierna de Il Corriere della Sera, il provvedimento adottato dalla televisione di Stato nei confronti di Varriale non sarebbe da ricondurre alla condanna in primo grado di quest’ultimo, avvenuta lo scorso giugno, per stalking e lesioni nei confronti di una donna. Mentre un secondo procedimento, con le stesse accusa, è ancora in corso. Infatti, fonti ufficiose interne alla Rai riportano come la decisione sarebbe dettata da comportamenti tenuti dal giornalista in servizio e giudicati gravemente scorretti, più precisamente in violazione degli impegni da lui sottoscritti nel contratto.
Solo per fare un esempio, un provvedimento simile è stato preso nei confronti di un altro giornalista che aveva picchiato un collega e si era presentato armato di coltello in redazione. In altri casi provvedimenti simili vengono assunti, secondo il codice etico interno, quando si sottraggono beni o denaro all’azienda o quando si viola l’obbligo di esclusiva, fornendo all’esterno prestazioni che non siano state preventivamente conosciute e quindi autorizzate dalla direzione.
Varriale, napoletano, classe 1960, approda in Rai come giornalista nel 1986. Diventa un collaboratore del Tgr della Campania, dove rimane per tre anni prima di trasferirsi a Roma per poi passare al notiziario nazionale. Entra nella redazione sportiva del Tg3 nel 1989 e successivamente si afferma come uno degli inviati di punta del programma televisivo Il processo del lunedì grazie all’ideatore del programma, Aldo Biscardi, che in quel periodo è saldamente alla guida del talk show.
Nel 1994 Enrico Varriale si sposta a Tgs, l’attuale Rai Sport, e appare in diverse trasmissioni del canale come 90° minuto e La domenica sportiva. Diventa inoltre l’inviato speciale che segue la Nazionale italiana di calcio e copre in questa veste ben quattro Campionati del mondo e due europei. Un anno fa Varriale aveva fatto causa per demansionamento all’azienda perché questa lo aveva sospeso in via cautelare (senza peraltro togliergli lo stipendio) in attesa della sentenza di primo grado, fino all’epilogo della giornata di ieri.