Maurizio Arrivabene è stato in carriera team principal di Ferrari, amministratore delegato della Juventus e ha lavorato a lungo in Philip Morris. In una lunga intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, l’ex dirigente ha parlato delle sue esperienze lavorative e non solo.
«Ognuna di queste è stata importante, nulla mi è stato regalato e ho conquistato tutto con il lavoro. Vengo da una famiglia normalissima. Dopo una pausa post-Juventus mi sto occupando di marketing digitale in società con un amico ex Philip Morris e una bravissima collega. Rivivo lo stesso spirito di quando ero a Losanna, l’orgoglio di essere italiano e di portare idee in giro per il mondo. In Svizzera avevo conosciuto Marchionne, gli dissi che avrei voluto fare qualcosa per il mio Paese», ha esordito.
Arrivabene ricorda gli anni accanto a Marchionne, parlando di una persona che «aveva un carattere durissimo ma mi ha insegnato e lasciato molto». Per lui, «un capo deve metterci la faccia, andavo sempre davanti alle telecamere. Alla Juve ho voluto conoscere tutti i livelli, incontri a piccoli gruppi: dialogando scopri interessi e potenzialità umane, uno può funzionare meglio in un’area piuttosto che in un’altra».
Capitolo Juventus. Un’esperienza che non si è sicuramente conclusa nel migliore dei modi: «Premetto che nel periodo in questione io ero nel CdA in qualità di consigliere senza deleghe e in un momento in cui a causa del Covid ci si riuniva in videoconferenza. Allora la strategia della società mirava ad una forte espansione iniziata in precedenza con l’acquisto di Ronaldo e l’obiettivo era vincere la Champions ed entrare in modo solido e duraturo tra le grandi d’Europa: di conseguenza sono stati fatti altri acquisti, poi il Covid ha complicato le cose».
«Ho iniziato il mio lavoro da dirigente il primo luglio 2021 trovando una situazione piuttosto pesante a causa degli investimenti precedenti. Ovviamente la pandemia aveva aumentato i problemi, i costi di contratti molto onerosi avevano creato una situazione piuttosto difficile. Cosa dovevo fare, andare in tv e dire abbiamo sbagliato a spendere troppo? Vi immaginate la reazione di tifosi e media? In silenzio mi sono rimboccato le maniche e ho iniziato a lavorare, quell’anno grazie ad alcune vendite e all’acquisto di soli due giocatori, Locatelli e Kean, facemmo un mercato morigerato subendo anche critiche», ha aggiunto l’ex dirigente bianconero.
Nell’inchiesta su Juve e plusvalenze si è arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Roma per lui, Agnelli, Paratici e altri 7 indagati: «Le cose vanno avanti. Continuo a credere nella giustizia. Anche in quella sportiva? Vedremo cosa dirà la Corte Europea».
Infine, dopo aver confermato che i contatti con Andrea Agnelli sono tutt’ora presenti, un parallelismo su Juventus e Ferrari, e su quale sia l’ambiente più complicato per lavorare: «Mi date l’occasione per chiarire la mia esperienza alla Ferrari. Nessuno mi ha cacciato, altrimenti dopo non sarei andato alla Juve. Avevo un contratto di quattro anni e non è stato rinnovato, non abbiamo trovato un accordo. Non ero solo team principal ma anche managing director, deleghe date da Marchionne, la Ferrari era stata da poco quotata e la Scuderia doveva essere il fiore all’occhiello».