Berlusconi assolto nel processo Ruby Ter, le motivazioni: «Sbagliate procedure sulle accuse»

Le motivazioni con cui i giudici della settima penale di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi e gli altri 28 imputati con solo qualche posizione minore prescritta, nel processo Ruby Ter.

Silvio Berlusconi
(Foto: Pool Livio Anticoli / Insidefoto)

Una “omissione di garanzia”, ossia il fatto che le giovani ex ospiti di Arcore dovessero essere già indagate, per “indizi” di corruzione presenti, all’epoca dei processi Ruby e Ruby bis e sentite come testi assistite da avvocati con possibilità di non rispondere, ha “irrimediabilmente pregiudicato l’operatività di fattispecie di diritto penale sostanziale”, in pratica spazzando via le accuse del Ruby ter. Lo scrivono i giudici della settima penale di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui, il 15 febbraio scorso, hanno assolto Silvio Berlusconi (patron di Fininvest e del Monza) e gli altri 28 imputati, con solo qualche posizione minore prescritta.

“Se le imputate fossero state correttamente qualificate”, ossia indagate più di dieci anni fa e sentite come testi assistite, “si sarebbe potuto discutere della configurabilità dell’art. 377bis cp”, l’induzione a non rendere dichiarazioni, “nei confronti del solo Berlusconi” in relazione alle ragazze “che avessero scelto il silenzio”. E si poteva “discutere” della corruzione in atti giudiziari “con riferimento a quelle che invece avessero consapevolmente deciso di rendere dichiarazioni sulla responsabilità altrui”, spiegano ancora i giudici.

Già col verdetto di metà febbraio, e con la pubblicazione da parte dei vertici del Tribunale milanese di una sintesi delle motivazioni delle assoluzioni, era stato confermato che sul processo aveva pesato quel provvedimento dei giudici del novembre 2021, a dibattimento in corso e in accoglimento di un’istanza dei legali del Cavaliere, Federico Cecconi e Franco Coppi, che cancellò le false testimonianze per un ‘errore’ scoperto dopo quasi 10 anni.

Le 21 ragazze ex ospiti delle serate hard di Arcore, Ruby compresa, finite imputate nel Ruby ter, per i giudici, andavano, infatti, già indagate all’epoca, quando furono ascoltate nei processi Ruby e Ruby bis, perché su di loro c’erano già “indizi” su presunti versamenti corruttivi da parte dell’ex premier.

Vennero, invece, sentite non “legittimamente” come testi semplici, non assistite da avvocati e senza la facoltà di non rispondere. E dato che “andavano correttamente qualificate come indagate di reato connesso e non testimoni”, secondo i giudici, non solo non si configurano le false testimonianze, ma “neppure il reato di corruzione in atti giudiziari” collegato, perché non ci sono più i testi pubblici ufficiali “corrotti”. Di conseguenza nemmeno “l’ipotizzato corruttore, nel caso di specie Berlusconi”.

In conclusione, scrive il collegio Tremolada-Pucci-Gallina nelle 197 pagine di motivazioni, “quanto accaduto nella vicenda processuale” del Ruby ter “è paradigmatico del fatto che l’autorità giudiziaria deve assicurare il rispetto nel caso concreto del bilanciamento tra la garanzia dell’individuo e le istanze della collettività di accertamento dei reati, conchiuso nelle norme sullo statuto dei dichiaranti”, ossia dei testimoni.