Malagò: «I bilanci parlano, il calcio italiano deve cambiare»

Giovanni Malagò, presidente del CONI, in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport ha parlato del sistema calcio italiano e sui possibili cambiamenti da apportare.

Per quanto riguarda il sistema calcistico, Malagò…

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(Photo byMarco Rosi/Getty Images)

Giovanni Malagò, presidente del CONI, in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport ha parlato del sistema calcio italiano e sui possibili cambiamenti da apportare.

Per quanto riguarda il sistema calcistico, Malagò ha sottolineato: “Il calcio è l’unico sport dove esistono ancora dinamiche padronali. Almeno in Italia. In Inghilterra il proprietario non ha mai una gestione diretta della società. Delega, conferma, ricambia. Da noi invece i presidenti se la cantano e se la suonano. Ricordo che, quando da commissario della Lega ho messo in moto la revisione dello statuto per avere un consiglio di amministrazione con presidente, amministratore delegato, consiglieri indipendenti, mi guardavano come uno che volesse violentarli. Eppure giocavo in casa, c’era confidenza e stima reciproca, è gente a cui voglio bene e con cui vado a cena. Ma per loro l’ideale era continuare a mantenere la gestione dell’assemblea partecipativa, in cui si comanda in venti per non far comandare nessuno”.

“Lo stesso accade all’interno delle società. Chi vende i diritti tv non può essere la stessa persona che si occupa dell’erba del campo e del contratto dei calciatori. I bilanci parlano. E dicono che si è perduta la via maestra del risultato economico senza raggiungere traguardi sportivi. Perché Moratti, Berlusconi, e prima l’Avvocato hanno speso sì un sacco di soldi, ma almeno lo sfizio se lo sono tolto, alzando coppe da tutte le parti. Oggi abbiamo solo debiti e umiliazioni fuori dai confini. Guardi il livello, quantitativo e qualitativo, dei diritti tv. Pochi introiti e contenziosi à gogo”.

Sui fondi e la penuria di imprenditori italiani che investono nel calcio: «Se non fossero arrivati i fondi come Elliott, con
finanza fresca, molti club sarebbero già saltati. Di imprenditori interessati ce ne sono sempre meno. Te lo immagini uno come Del Vecchio o come Armani, per fare solo due nomi, a infilarsi in simili dinamiche? Le grandi famiglie, quelle che restano, sono scioccate dal sistema».

Un sistema sul quale si è scatenata la bufera delle plusvalenze. Il numero uno del CONI ha detto: «Per riannodare il valore finanziario a quello sportivo degli atleti bisogna equiparare costi industriali e stipendi ai volumi di fatturato. Guardando sempre agli americani, che, non a caso, praticano il salary cap. Non vuol dire disconoscere i meriti dei campioni. Ma coltivare il realismo
e la saggezza del fare impresa. Una cosa mi colpisce, il calcio è l’unica economia che ragiona al netto e non al lordo. Significa misurare la realtà sul desiderio e sul consumo, e non sull’investimento che c’è dietro per realizzarli. I 31 milioni di stipendio a Ronaldo e il conseguente aumento degli ingaggi dei giocatori della Juve? I 31 milioni di Ronaldo si giustificano in parte con lo sconto fiscale previsto dalla legge sull’ingresso degli stranieri in Italia, l’aumento di altri ingaggi non ha invece alcuna pezza a colori».

Sugli investimenti nella costruzione di nuovi stadi in Italia: «Non si fanno innanzitutto perché si teme che i proprietari non vogliano fare solo lo stadio, ma anche qualcos’altro. Poi, manca spesso quella che io chiamo una combinazione di pianeti: una proprietà, una piazza e una politica locale che vadano nella stessa direzione. Talvolta questa congiuntura astrale si trova, ma le procedure sono lente e se cambia l’atteggiamento di anche una sola delle parti in causa, salta tutto».

Malagò ha parlato anche del progetto Superlega: «Mi chiedo se la Champions non lo sia già, una Superlega. Avete visto il solco che si sta scavando, in termini di introiti, tra le squadre che vi accedono e quelle che restano fuori? Non mi sembrano maturi i tempi per creare un’ulteriore dinamica di upgrade. Non facciamo gli ipocriti, è normale che un azionista ci provi per dare una sistemata a bilanci disastrati. Ma non per questo la Superlega diventa sportivamente accettabile. La mia stella polare è il CIO. Se fai un campionato fai-da-te, alle Olimpiadi non ci vai».

Sulle modifiche che sarebbe possibile apportare al calcio italiano: «Playoff e playout? Perché no. Certo, non con venti squadre. Tempo effettivo? Sì con convinzione. Non sopporto di vedere calciatori per terra che simulano fratture multiple, o giocatori sostituiti che escono dal campo al rallentatore. Il tempo effettivo promuove la lealtà sportiva. Var a chiamata? D’accordissimo. La tecnologia è utilissima, ma va usata meglio». 

Sulla percentuale di stranieri in Italia (70 giocatori su 100) e il fatto che non ci siano maglie da titolari per i giovani: «Mi preoccupa più di ogni altra cosa. Sui banchi delle scuole italiane ci sono 172 mila persone in meno rispetto a quindici anni fa. Il calo demografico è complice dei vivai fatti di soli stranieri e della crisi di competitività del sistema, In altre parti del mondo accade il contrario. Ci sono paesi con boom demografico e cultura calcistica monotematica. O ci attrezziamo, o finisce un’egemonia sportiva che è parte della nostra cultura. Non deve accadere».

Sulla Nazionale e la conferma di Mancini: «Gravina ha fatto bene a confermare Mancini perché ha vinto l’Europeo in discontinuità con la crisi di cui parlavamo e perché cambiare sarebbe stato un salto nel vuoto. Ora ci vuole un’altra squadra? Questo lo decide il ct. Però, da tifoso, mi stupirei se Immobile non avesse più spazio in Nazionale. Lo considero di gran lunga il più forte centravanti italiano».