Eriksen assicurazione Inter
Christian Eriksen (Foto: LiveMedia/Francesco Scaccianoce/LiveMedia, via Onefootball)

Sono passati nove giorni dalla grande paura del 12 giugno, quando durante la sfida tra Danimarca e Finlandia il centrocampista dell’Inter Christian Eriksen è rimasto vittima di un attacco di cuore, salvato solo dalla prontezza di sanitari e compagni di squadra, immediatamente accorsi per assisterlo e per praticargli il massaggio cardiaco.

A oltre una settimana di distanza il calciatore è stato dimesso, non prima che medici e specialisti optassero per impiantargli un defibrillatore cardiaco (ICD), «strumento necessario dopo un attacco cardiaco dovuto ad anomalie di ritmo», scriveva la Federazione danese annunciando l’operazione.

Ora, posto che la salute a lungo termine del calciatore rimanga di primario interesse e che il ritorno in campo sia di secondaria importanza, Calcio e Finanza – in qualità di testata che si occupa di sportbusiness – ha cercato di ricostruire l’aspetto assicurativo che ruota intorno alla vicenda e che riguarda da vicino l’Inter, società proprietaria del cartellino del giocatore.

Abbiamo già visto come nell’Accordo Collettivo firmato tra l’Associazione Italiana Calciatori e la Lega Serie A siano previste le ipotesi dell’inidoneità e della inabilità e che nel caso in cui «la malattia o l’infortunio dovessero determinare l’inidoneità definitiva del Calciatore, come intesa e accertata sub 15.1., la Società ha diritto di richiedere immediatamente al CA la risoluzione del Contratto».

Questo, ovviamente, nell’ipotesi in cui Eriksen non dovesse tornare a giocare. Una situazione che per l’Inter comporterebbe inoltre la registrazione di una svalutazione dell’intero valore del cartellino, pari a circa 18 milioni di euro. In attesa però di capire come si evolverà la situazione, quali assicurazioni intervengono per il club nerazzurro?

Secondo quanto ricostruito da Calcio e Finanza, non è prevista un’assicurazione che riguardi il valore del cartellino del giocatore, quindi da quel punto di vista l’Inter non sarebbe coperta. Copertura offerta invece dal “FIFA Club Protection Programme 2019-2022”.

Si tratta di un programma nato per fornire un’indennità (sulla base dello stipendio fisso del giocatore) alle società nel caso in cui i giocatori impegnati con la Nazionale subiscano un infortunio che li costringa a uno stop superiore a 28 giorni consecutivi.

Tra gli infortuni, come si legge nel programma, sono inclusi anche gli attacchi di cuore: «Gli infarti e gli ictus sono coperti in base alle definizioni seguenti. Per infarto si intende un episodio acuto di malattia cardiaca segnato dalla morte o danno del muscolo cardiaco dovuto a insufficiente afflusso di sangue al cuore (di solito a seguito di una trombosi coronarica o di un’occlusione coronarica e cioè caratterizzato in particolare da dolore toracico – chiamato anche infarto miocardico)».

«Ictus – si legge ancora – significa la morte improvvisa delle cellule cerebrali a causa della mancanza di ossigeno, causata da un blocco del flusso sanguigno o una rottura di un’arteria al cervello».

Per quanto riguarda le cifre, nel testo del CPP si legge che «il programma compensa le società di calcio fino a un massimo di 7.500.000 euro a calciatore per infortunio. Il massimo di 7.500.000 euro è calcolato in compensazione giornaliera fino a euro 20.548 (1/365), pagabile per un massimo di 365 giorni. L’indennità giornaliera massima è limitata a euro 20.548 per infortunio. La capacità massima (“limite aggregato”) del FIFA Club Protection Programme è di euro 80.000.000 all’anno».

Si tratta dunque di un’assicurazione della FIFA, che interviene in casi specifici e che copre fino a un massimo di 7,5 milioni per stop di 365 giorni. Una fetta importante dell’ingaggio del danese, che dall’Inter percepisce oltre 9,8 milioni lordi (senza considerare eventuali 1,5 milioni di bonus).

Ovviamente, tutto questo discorso è subordinato allo stop al quale dovrà andare incontro Eriksen, il quale potrebbe decidere di non tornare a giocare anche nel caso in cui fosse idoneo a farlo. Ci sarà da seguire l’evoluzione del quadro clinico e capire se in caso di inidoneità, questa riguarderà solamente l’Italia o anche altri Paesi.

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