Benevento Vigorito lascia
(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Oreste Vigorito, presidente del Benevento, ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Stadio Aperto, su TMW Radio. «Questo virus era l’ultima cosa di cui aveva bisogno questo paese. Avevamo i primi segnali di ripresa dopo la crisi del 2009, questa epidemia per noi è stata una mazzata dalla quale sarà difficile risalire», ha esordito.

A proposito del calcio, Vigorito fa una riflessione: «Quando si parla del mondo del calcio si intende solamente un divertimento, e si tende a trasferirci sopra una serie di proiezioni che lo fanno apparire come un di più, ma questo è un mondo economico, finanziario e sociale».

«Abbiamo un’azienda che distribuisce milioni di euro – ha aggiunto –, e non solo a quel 10% di giocatori che fa vita da nababbi, ma alle migliaia di persone che ci ruotano intorno. L’esclusione da quello che è un modo di sostenere l’economia del mondo del calcio mi sembra assurda. Vedo il calcio come un’azienda messa all’angolo, che al pari di tante altre grandi aziende sta avendo poco sostegno».

Sul protocollo FIGC: «Se vai verso un calcio più povero, diventa addirittura un sogno irrealizzabile. Si aggiungono costi di parecchie centinaia di migliaia di euro per una squadra di Serie B per finire il campionato. La spesa maggiore è il ritiro prolungato per due mesi, a parte dei mancati incassi per i biglietti e dei trasferimenti. Ma un operaio quando finisce la giornata di lavoro, va a casa o dorme in azienda?».

Vigorito chiarisce poi la posizione del Benevento: «Il Benevento vive una stagione unica da 14 anni a questa parte, ha sempre accettato le decisioni, presentando uno o al massimo due ricorsi in tutto questo periodo: credo sia un record per un presidente».

«Non si può annullare un intero anno di sacrifici – ha spiegato –, di tutti, di chi si iscrive al campionato per vincerlo: essendo una soluzione non voluta da nessuno, bisogna far valere le classifiche che avevamo prima dello stop. Lo accetterei anche se ora fossi al terzo posto».

Sulle tempistiche: «Se questo campionato non può finire, perché deve cominciare l’altro? Quando finiremo questo gli atleti avranno i loro venti giorni di vacanza, e poi si comincia con l’altro, modulandolo magari su quello che va a precedere i Mondiali. Anche perché le altre nazioni hanno i nostri stessi problemi: invece di giocare alle 22 a Verona col ghiaccio a terra o da altre parti con la bufera, giochiamo a luglio nelle serate fresche. Anche per la gente sarebbe diverso, vivendo così l’estate, e poi a settembre si riparte».