arbitri mondiali 2018
Gianluca Rocchi durante Real Madrid-Paris Saint-Germain di Champions League (foto Insidefoto.com)

«L’avessi avuta ai miei tempi, quante notti insonni avrei evitato. Un arbitro, quando sbaglia, ci sta male. Ma è il modo migliore per crescere». Così Gianluca Rocchi, arbitro internazionale dal 2010, parla del Var in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport.

«È una ciambella di salvataggio, un modo per evitare di farsi male. Uno strumento, però, che va gestito nel modo giusto. La Var è un supporto all’ arbitraggio, non può essere il contrario. Chi va in campo deve restare centrale, e per farlo deve arbitrare bene. Cosa significa? Prendere decisioni. Assumersi la responsabilità, senza tentennamenti. Così il Var diventa marginale. Se invece non lo facciamo, mandiamo in difficoltà il collega al video, perché gli diamo un onere eccessivo», ha proseguito Rocchi.

«In compeptizione con il Var? Ma no, non è così. Però siamo essere umani, e ci sono rapporti personali in campo. La relazione tra il direttore di gara e il Var dovrebbe essere soltanto professionale, ma poi capita che un giovane “varista” abbia qualche timore a correggere il grande arbitro, e il grande arbitro qualche premura a non mandare in difficoltà un giovane collega, facendogli notare dopo 5′ che ha già commesso un errore».

«È umano, ed è anche per questo che chi va in campo deve avere il coraggio di decidere. Nicola (il designatore Rizzoli, ndr ) sta martellando su questo tasto, io sono d’accordo. Del resto, anche a me lo scorso anno è capitato di mettere in difficoltà il collega al Var. Cosa ci diciamo all’auricolare col Var? Meno cose possibili. Quando c’è silenzio, significa che sta filando tutto liscio», ha concluso Rocchi.

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