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Il Real Madrid festeggia la vittoria della Champions League nelle strade di Madrid (Foto: Insidefoto)

Il presidente dell’Uefa Alexander Ceferin dice di non essere un politico, ma al congresso dell’organizzazione il suo discorso, totalmente condivisibile sul piano formale e degli intenti, si è dipanato tra alcuni dribbling dialettici che lasciano aperto lo scenario sul futuro del calcio europeo e della sua massima rappresentazione, ovvero la stessa Uefa.

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Il presidente in particolare ha sottolineato in due passaggi la sfida che si pone, oggi, di fronte all’Uefa e alle sue prospettive.

Prima ha strizzato l’occhio alle federazioni.

«Siamo un’associazione di associazioni il cui obiettivo primario è la promozione della crescita del calcio in Europa».

Poi, però, ha aperto al cambiamento.

Ceferin ha invitato le federazioni e gli altri protagonisti del calcio a essere creativi e a «osare pensare al futuro e pensare in maniera diversa» nella pianificazione delle strategie future della UEFA.

Cosa significa?

Richiamando al ruolo di “associazione di associazioni” Ceferin sembra mandare alle federazioni un messaggio rassicurante: tutto quello che faremo lo faremo senza contravvenire alle regole democratiche basate sulla federalità che sempre hanno guidato le scelte dell’Uefa.

Non a caso Lars-Christer Olsson, in quanto rappresentante delle Leghe europee attraverso l’EPFL è entrato nell’esecutivo Uefa.

Tuttavia bisogna “pensare in maniera diversa”. Ed essere creativi.

L’ultima aggiudicazione dei diritti tv in Inghilterra sembra aver rappresentato un momento di cambiamento nelle dinamiche economiche del calcio europeo.

E la presa di posizione recente di Vodafone è una ulteriore conferma.

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Su CF analizzando la situazione avevamo riportato un tweet del prof. Simon Chadwick dell’Università di Salford.

“In ogni altra industria globale, negli ultimi decenni abbiamo visto la concentrazione industriale (un piccolo numero di imprese che dominano ampie parti del mercato) diventare la norma. E’ succeso ovunque da dove beviamo il caffè a dove facciamo i nostri acquisti al supermercato. Il calcio non è immune…”.

Il tema della concentrazione industriale, nel calcio, ha solo un approdo. Non significa fusione di società ma concentrazione di risorse, di competizioni. Più ancora: concentrazione di mercati: il passaggio da 5 competizioni nazionali più la Champions League ad un numero inferiore con un rimescolamento del peso specifico di ciascuna.

I grandi club, in altre parole, potrebbero decidere di concentrarsi in una grande lega europea con l’obiettivo di portare in dote la loro forza a livello nazionale in tema di sponsorizzazioni e diritti tv.

L’errore di fondo del calcio europeo – rispetto ad esempio allo sport USA – è quello di essere fondato sulla centralità dei club, che danno vita alle Leghe, e non al contrario su Leghe forti che sviluppano attraverso i club un loro progetto sportivo e di business.

Un progetto – quello USA – che è ancor più sportivo (e quindi improntato a regole di competitività diffusa) perchè regolato attraverso meccanismi di business rigidi (i draft, i tetti e i minimi salariali, le distribuzioni rigidamente egualitarie delle risorse da sponsor tecnici e tv) atti a garantire una più uniforme capacità di spesa.

Non è un caso se un grande promotore della Superlega come Andrea Agnelli ragionando del futuro faccia esplicito riferimento alla NFL di Football Americano.

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Davanti a questa prospettiva l’UEFA può fare una scelta duplice.

Può essere conservatrice e continuare a difendere il suo modello, fondato su coppe in cui si partecipa per effetto dei risultati nazionali. Come la Champions, a cui vanno le prime 32 categorizzate in base ai piazzamenti nazionali, non le 32 più forti a livello europeo.

Oppure può sposare una linea riformista diventando promotrice di un nuovo modello sportivo europeo.

Scegliere la prima via può portare alla rottura coi grandi club.

Una rottura che – forse – non convince abbastanza nemmeno i grandi club che – sull’altare della Superlega – rinuncerebbero sostanzialmente alle competizioni nazionali, ovvero alla loro storia, a gran parte della loro tradizione, a trofei nazionali che comunque riempiono le bacheche e impreziosiscono le stagioni. Una scelta difficile seppur ipoteticamente più redditizia.

Partendo da qui l’Uefa si può porre come interlocutore centrale di un nuovo sistema. Competitivo, più sportivo, non più o non solo basato sul peso del ranking per federazioni ma che guardi di più al merito dei singoli club. Che conservi i campionati nazionali, rivisti e corretti, e li affianchi a competizioni europee di maggior livello, più competitive e appetibili economicamente.

Magari imponendo, a quel punto, regole di redistribuzione – che Ceferin mostra di avere molto a cuore – più convincenti di quelle del passato, che pure hanno fatto la fortuna di molti club a tutti i livelli.

Senza lasciare indietro nessuno, in una logica di integrazione.

Mesi fa l’avevamo abbozzato in una idea che abbiamo chiamato “Piramide del calcio europeo” immaginando un sistema duplice: la nascita di una vera e propria divisione in categorie europee che vada ad affiancare il calcio nazionale.

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L’ipotesi è tutt’altro che campata in aria.

Ceferin dice di non poter garantire a Steaua Bucarest e Stella Rossa di vincere ancora in futuro la Champions. 

Ma sembra non voler rinunciare, negli intenti, a garantire a questi club il diritto a partecipare.

Un diritto che oggi è garantito attraverso la vittoria dei campionati nazionali. Ma che domani potrebbe arrivare qualificandosi per categorie successive, passando magari da un terzo livello fino al primo livello europeo. Proprio come nei campionati nazionali si passa dalla Serie C alla A.

L’alternativa – e Ceferin lo sa bene – è che entro uno, massimo due, trienni di diritti tv della Champions League, i club europei si organizzino creando una loro lega non più basata sul merito di retrocessioni e promozioni ma su un sistema chiuso a franchigie.

In questi casi il pragmatismo del bravo politico impone di scegliere la via migliore, non quella ideale. Il futuro, non la nostalgia.

E l’impressione è che Ceferin e l’Uefa rispetto agli appetiti dei grandi club dell’Eca si possano porre tutt’al più come interlocutori, non avendo di fatto potere per esserne reali antagonisti.

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A ben vedere, peraltro, il lugo della elaborazione e della mediazione, che preservi la centralità dell’Uefa rispetto ai club, è già stato attivato, si tratta di “Uefa Club Competitions SA”, da noi salutata come “la nuova Lega Calcio Europea”, che di fatto ha ammesso una anomalia nella sua costituzion statutaria: per la prima volta i club (attraverso l’Eca) sono allo stesso tavolo degli organizzatori delle competizioni. 

Ripartendo da lì Ceferin e l’Uefa potranno essere il motore di quel “nuovo modo di pensare” auspicato dal presidente. L’alternativa è l’NFL del calcio. E forse, a ben vedere, è nell’interesse di tutti che – senza barricate e inutili preclusioni conservatrici – anche questa volta possa trionfare lo sport.

Il discorso di Ceferin dice che la strada non è ancora scelta, ma la delicatezza dialettica mostra la volontà dell’Uefa di rimanere centrale in un sistema che ha la piena consapevolezza di un necessario rinnovamento.

1 COMMENTO

  1. Marco Spinelli.La Superlega di Calcio è un’iniziativa che poteva essere valida 10/15 anni fa quando i fatturati delle squadre maggiore erano in linea, oggi non è più cosi e che interesse avrebbero ad esempio Juve,Mila,Inter a partecipare ad una competizione dove non hanno i mezzi finanziari per reggere il confronto con altre squadre europee.Per rendere possibile oggi una Superlega di Calcio europeo bisognerebbe cominciare a parlare di draft,salary cup,ce li vedi Real Madrid,Barcellona,PSG, Bayern Monaco,Manchester United e le altre inglesi dover rinunciare ai vantaggi economici che hanno accumulato rispetto agli concorrenti.In questo momento storico l’idea di una Superlega è morta e sepolta,resta invece aperto il problema di rendere più equo l’approccio alle vittorie sportive,la competitività a livello di competizioni europeo ha avuto un crollo clamoroso,per vedere una nazione vincere per quattro edizioni di fila della coppa dalle grandi orecchie bisogna tornare ai tempi in cui le squadre inglesi avevano in mano il pallino del giocoe questo accadeva per via del fatto che le squadre italiane e spagnole avevano un limitato accesso all’ingaggio dei giocatori stranieri.La sensazione che si ricava dalla situazione attuale è che l’Uefa si sia cacciata in un cul de sac da cui non sa uscirne,a cosa serve aumentare gli introiti se poi le spese la sanno sempre più lunga dei ricavi,oggi si paga dieci volte di più giocatori e allenatori che non sono certo migliori dei loro predecessori,tutto questo vorticoso giro di denaro che ruota attorno al Calcio non serve a nulla se guardiamo agli interessi dei fruitori dello spettacolo Calcio ovvero i tifosi,la febbre da Coppa Campioni era vivissima anche trent’anni fa quando il grandissimo Maradona prendeva un decimo di quello che il PSG ha dato a Neymar.Non è nostalgia del passato, il momento migliore del Calcio europeo fu quando erano in auge le storiche competizioni,Coppa Campioni,Coppe,Uef, era un modo sensato per mantenere in perfetto equilibrio gli interessi dei Campionati nazionali con le competizioni europee,perchè si è cambiato?Era qualcosa di inevitabile?Era nell’ordine naturale delle cose?Se Silvio Berlusconi non avesse cominciato a rompere le scatole con la Storia della Superlega si sarebbe mossa l’iniziativa di un sindacato tra le maggiori squadre europee la cui azione di disturbo di fatto costrinse l’Uefa a modificare l’assetto delle competizioni europee con tutte le conseguenze che ha apportato questa modifica al Calcio europeo a livello internazionale e nazionale.Ritengo che senza la funzione apostolica…..di Silvio Berlusconi oggi il Calcio europeo sarebbe diverso,tante volte un fattore accidentale ha cambiato il corso storico,anche nel Calcio europeo degli ultimi decenni è accaduto un fatto del genere,e che sia stata una fregatura lo dimostra il fatto che chi ha voluto questo cambiamento poi ne è stato stritolato a sua volta,Berlusconi è uscito dal Calcio per manifesta inferiorità economica della squadra di cui è stato presidente.