Quando nel 1980 Mosca si aggiudicò l’organizzazione della 22° edizione dei Giochi Olimpici, l’obiettivo dell’allora Unione Sovietica era quello di mostrare la potenza e il prestigio della seconda potenza mondiale, che solo dieci anni più tardi collassò su sé stessa e lasciò solo polvere.

Diciott’anni più tardi, nel 2008, il calcio russo ha vissuto l’anno più importante della sua storia: a Manchester, in una sera di maggio, lo Zenit San Pietroburgo si è aggiudicato la Coppa Uefa contro i Glasgow Rangers, e pochi mesi dopo è poi arrivata anche la vittoria della Supercoppa Europea contro il Manchester United.

Poco prima, invece, la Nazionale di Guus Hiddink aveva centrato il miglior risultato dell’era post-comunista arrivando fino alla semifinale di Euro 2008 contro la Spagna di Luis Aragones, poi campione del torneo. Dieci anni dopo, il movimento russo rischia di seguire il copione già scritto in precedenza, messo in ginocchio da una crisi finanziaria dovuta a fattori macroeconomici ma anche dettata dai tanti errori compiuti dai singoli club nel corso di questi anni

E’ impossibile analizzare l’ascesa del calcio russo senza sottolineare il ruolo di alfiere svolto dalla Gazprom: l’azienda di stato che con il gas arriva a fatturare quasi 180 miliardi di dollari l’anno, ed è ormai considerata la prima multinazionale per asset al mondo.

Nel 2005, anno del primo grande successo russo nell’era recente con la Coppa Uefa vinta dal Cska Mosca a Lisbona contro lo Sporting, la Gazprom rileva quasi il 100% delle quote dello Zenit. Perché abbia deciso d’investire proprio a San Pietroburgo non è dato saperlo, ma un suggerimento potrebbe essere avanzato dal fatto che a San Pietroburgo è nato Vladimir Putin e qui ha iniziato la sua carriera politica, spalleggiato da due stretti collaboratori: Vitali Mutko e Aleksej Borisovic Miller.

Il primo è stato presidente dello Zenit dal 1997 al 2003, poi massimo vertice della Federcalcio russa e ministro dello sport; il secondo è invece l’amministratore delegato della Gazprom e vice ministro dell’energia. L’ascesa della compagnia che solo nel 2012 investe tra mercato e monte ingaggi oltre mezzo miliardo di dollari, coincide con il boom dello Zenit, che prende il soprannome di Gazprom Football Club, capace in campo di vincere quattro titoli in otto anni, di costruirsi nelle coppe europee un nome e una fama grazie soprattutto agli arrivi di giocatori come Hulk, Witsel, Criscito, e allenatori del calibro di Dick Advocaat, Luciano Spalletti e Andrè Villas Boas.

La Russia è però stretta, e così negli anni successivi la Gazprom decide di varcare i confini e allargare l’offerta. Nel 2007 Borisovic Miller viaggia alla volta del nord della Germania per cercare una società in cerca di capitali, trova lo Schalke 04 e firma un contratto di sponsorizzazione con un risvolto geopolitico: a Gelsernkirchen, infatti, c’è il punto di sbocco del gasdottoNorth Stream.

Pochi mesi più tardi lo stesso CEO di Gazprom sbarca invece a Belgrado, dove prima rileva le quote di maggioranza della NIS, l’azienda di stato serba del petrolio, poi conclude un nuovo contratto di sponsorizzazione con la Stella Rossa, perché proprio dalle parti del Marakanà balcanico dovrebbe passare il South Stream, la diramazione del gasdotto per il rifornimento dell’Europa meridionale. Il calcio russo è in crescita, Sky rileva i diritti della Russian Premier League, i migliori talenti locali come Arshavin e Pavlyuchenko sbarcano nella più importante di Premier League, e nel 2010 la Fifa annuncia che sarà proprio la Russia a ospitare l’edizione 2018 dei Mondiali. Gazprom punta sempre più in alto e nel 2012 arriva la partnership con la Champions League e la Fifa, visto ai posteri come un modo per esercitare una forma d’ingerenza quando, un anno più tardi, la violazione delle norme del Fair Play Finanziario getta nubi sui principali club russi.

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Intanto scoppia la crisi con l’Ucraina, arrivano le sanzioni imposte dall’Unione Europea, il Rublo segna una doppia svalutazione, e il crollo del prezzo degli idrocarburi costringe le società calcistiche a fare un passo indietro, così come la stessa Gazprom, che deve fare i conti con un calo degli utili e il declassamento da parte di Standard’s &Poor da BBB a BB+.

Il 2018 diventa così l’ultima chiamata per salvare un movimento a un passo dal default finanziario. A parte gli sviluppi esterni, sono molteplici le ragioni che hanno portato il calcio russo a un passo dal baratro, e la prima è stata l’assenza di un management professionale e di una cultura di business che ha messo in luce troppo tardi tutti i problemi del calcio russo, come ad esempio i ricavi da stadio e la valorizzazione del brand.

A breve si alzerà il sipario sulla Gazprom Arena: avveniristico stadio di San Pietroburgo, nato dalla matita dell’archistar Kisho Kurokawa, che in dieci anni ha visto il suo costo lievitarsi da 185 milioni a 900.

Il nuovo impianto dello Zenit – che dall’anno prossimo sarà peraltro allenato da un italiano, Roberto Mancini – manderà in pensione il vecchio Petrovskij, stadio da 25.000 posti inadeguato per un club di queste ambizioni, che in questi anni si è visto sempre limitato dalla non disponibilità di un’arena all’avanguardia ma che, a proposito di brand, ha almeno rappresentato la sola eccezione del territorio grazie a iniziative di assimilazione del simbolo con diversi esercizi commerciali della città.

In generale, la mancanza di impianti di ultima generazione ha sempre frenato i club russi, che con il Mondiale vedranno aprire i battenti a dodici nuovi stadi che però, proprio a causa del dissesto finanziario, non si presenteranno completi nel loro progetto iniziale, perché la revisione dei conti e il taglio del budget hanno costretto, per esempio, a diminuire la capienza di alcuni o a cambiare la forma della copertura delle tribune di altri per trovare il compromesso più economico.

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(Insidefoto.com)

Quello di Russia 2010 è uno degli appuntamenti che Vladimir Putin tiene più a cuore: proprio lui che, come il collega Alyev (io qui vedrei bene un tag con il pezzo sull’azerbaijan), ha puntato su calcio e risorse del territorio il modo per mostrare tutto il suo prestigio.

Proprio la crisi con l’Ucraina, oltre a mandare in soffitta progetti come la creazione di una lega internazionale tra i top-club dei due Paesi – progetto sempre osteggiato dalla Uefa che vieta i tornei tra due Stati -, aveva fatto invocare dall’opposizione la revoca della rassegna iridata, nel frattempo lievitata di 325 milioni rispetto alle cifre stimate nel 2010.

Della frenata delle “spese pazze” di inizio anni 2010 è rimasto coinvolto anche Fabio Capello, c.t. della Nazionale tra il 2012 e il 2015, finito poi in causa con la Federazione per un contratto da 6 milioni di euro all’anno non rispettato e poi saldato tramite l’intervento di Fifa e del magnate uzbeko Usmanov, già socio di minoranza dell’Arsenal, sceso a patti con Mutko per versare 5.5 milioni al tecnico friulano.

Se lo Zenit ha imboccato il viale del tramonto, qual è lo stato di salute degli altri club russi?. Dopo i fasti di pochi anni fa, quando tra il 2011 e il 2012 il fatturato della RPL aumentò del 38% e del 134% rispetto al quinquennio precedente, oggi 26 società su 36 sono a un passo dal default, quella della Russian Premier League – che nel 2015 ha comunque fatturato 800 milioni di dollari, primo campionato dopo i “big-five” – e degli altri tornei professionistici locali sono una lega che frenano molto l’iniziativa privata, e il mantenimento delle società è affidato al binomio aziende di stato e autonomie regionali, con la presenza di oligarchi che nel calcio vedono lo strumento per farsi pubblicità, salvo poi lasciare la scena quando la situazione in sede di bilancio non è promettente.

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Lokomotiv e Cska restano a galla grazie ai fondi delle Ferrovie Statali e dell’esercito; stesso discorso anche per Spartak Mosca e Rubin Kazan, rette rispettivamente dal magnate del petrolio e del gasLeonid Fedun, e dalla holding Svyazinvestneftkhim dell’imprenditore Valery Sorokin, che per gestire un club sull’orlo dell’oblio dopo i titoli del 2008 e del 2009 si avvale comunque della partecipazione del Tatarstan, la regione autonoma in cui si trova Kazan.

Peggio è invece andata a un’altra grande di Mosca, la Dinamo, che prima si è vista escludere quattro anni dalle coppe europee per violazione del FFP, poi è fallito schiacciato da un debito di 13 miliardi di rubli che la VTF Bank, proprietaria al 74%, non ha potuto tamponare. Una fine amara l’ha fatta anche l’Anzhi Makhachkala del magnate Suleiman Kerimov: azionista di Gazprom e Nafta, nonché fondatore dell’Uralkali, compagnia attiva nel campo dell’estrazione del potassio.

Con un patrimonio stimato da Forbes nel 2009 intorno ai 5 miliardi di dollari, Kerimov si presentò al  calcio russo staccando assegni di peso come quello per  Samuel Eto’o, prelevato dall’Inter con uno stipendio di 20 milioni di dollari a stagione, e assicurandosi nomi del calibro di Roberto Carlos, Willian e Guus Hiddink la squadra del Daghestan ottenne un quinto e un terzo posto, fece qualche fugace comparsa in Europa League; ma intanto Kerimov ingaggiò una battaglia con gli oligarchi bielorussi che gli costò quasi 1/4 del suo patrimonio e una denuncia penale, guadagnò anche l’astio degli oligarchi russi e finì costretto a ridurre il budget man mano fino a disimpegnarsi dal club, ceduto lo scorso dicembre dopo il fallimento della sua Uralkali.

Piani di marketing da calcio dilettantistico, un contratto dei diritti tv con il broadcaster pay-tv NTV di soli 100 milioni di dollari, orari delle partite non sincronizzati con il fuso orario delle varie zone dello Stato e il grande problema dei pagamenti in valuta estera (qui vedrei bene un tag con quello turco) hanno sempre rappresentato il tallone d’Achille del calcio russo, che vede ora nelle coppe europee l’unica possibilità di risanare i bilanci, anche se dal 2010 – anno in cui il Cska arrivò ai quarti di Champions – a oggi solo quattro club hanno raggiunto la fase a gironi, senza mai eguagliare quel risultato. Perfino peggio, invece, il bottino in Europa League, dove negli ultimi dieci anni, in quattro occasioni, nessuna squadra russa è arrivata agli ottavi.

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Le società del momento si chiamano Krasnodar – con a capo Sergey Galitsky, proprietario della ricca catena di supermercati Magnit –  e soprattutto Rostov, quest’ultima di proprietà al 70% della regione dell’Oblast, che nonostante sia uno dei club che ha più sofferto la crisi economica, con stipendi non pagati e fuga di sponsor, ha comunque chiuso il campionato 2016 al secondo posto e ha disputato l’ultima fase a gironi della Champions League, la cui passerella ha in qualche modo salvato le tasche per la prima metà del 2017. La Confederations Cup di quest’estate sarà il banco di prova, tra un anno sarà invece tempo del definitivo test di maturità.

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