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Marcos Alonso e John Stones (Insidefoto.com)

Il modello di distribuzione dei diritti tv di Premier League piace a tutti per equilibrio e possbilità di premiare chiunque, ma non alle sei grandi (le due di Manchester, City e United, le tre di Londra, Spurs, Arsenal e Chelsea, più il Liverpool) che sono pronte ad andare all’attacco per rivedere le regole di distribuzione.

In particolare nel mirino dei grandi club ci sarebbe la suddivisione dei diritti esteri.

Al momento sono 3 miliardi di sterline raccolti nel triennio sugli 8,3 totali e i club si dividono questa importante fetta esattamente in parti uguali: sostanzialmente vanno 50 milioni di sterline a ciascun club a stagione.

Ma l’obiezione dei primi sei club è forte. Da tempo stanno chiedendo di avere una fetta più ampia sostenendo che sono i loro marchi leader a dare alla Premier il suo profilo internazionale.

Il tema è stato al centro della riunione dei club ad Harrogate: tradizionalmente ogni tre mesi, la Premier League riunisce tutti per discutere del suo futuro, di strategie e prospettive oltre che per fare il punto sul lavoro fatto.

Ma come accade in Italia i club leader sono in minoranza: 6 voti su 20 sono insufficienti per cambiare le regole e gli altri 14 voti necessari sono blindati su posizioni ben diverse, ovvero a difesa dell’attuale status acquisito.

Il tema non è nuovo: Ian Ayre del Liverpool lo aveva sollevato già 6 anni fa con una frase dura quanto realistica: “A Kuala Lumpur, disse, non c’è nessuno che fa un contratto tv per vedere il Bolton”.

Secondo lo stesso Ayre questa divisione a suo modo iniqua rispetto al merito individuale dei club sarebbe anche alla base della difficoltà dei club inglesi in Europa: un tema affrontato anche dal Financial Times nei giorni scorsi, puntando l’attenzione tra l’altro sul monte ingaggi delle società.

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Un bresciano a Manchester. Tra giornalismo economico e football scouting