La nuova moda del calciomercato interno sembra essere quella di puntare su giocatori giovani e italiani. I successi della Juventus, che proprio da un nucleo italiano era ripartita cinque anni fa con Antonio Conte in panchina, e i propositi di rilancio del Milan, che quest’anno sembra aver trovato una ottima alchimia proprio in nome dell’italianità sono stati il traino della nuova tendenza.

A questo ha contribuito l’Atalanta di Caldara e Gagliardini, passati a Juventus (15 milioni più bonus dal 2018) e Inter (balletto delle cifre tra 25 e 30 milioni) recentemente.

Il primo (22 anni), ha messo insieme 11 presenze in Serie A. Stop. Il secondo (anche lui classe ‘94) dopo aver avuto difficoltà ad imporsi in Serie B, quest’anno ha collezionato 13 presenze, più una in Coppa Italia. Una corsa al rialzo dei prezzi che potrebbe mettere fuori gioco alcune società medie italiane.

Un esempio riportato oggi da La Repubblica nell’edizione di Firenze è quello della Fiorentina che da anni vuole italianizzare maggiormente la sua rosa. E il fatto che la Fiorentina – squadra che partecipa sistematicamente alle coppe europee e si piazza sempre nella parte altissima della classifica – sia ai margini di questo mercato non può che far riflettere a cascata il resto della serie A.

Ovviamente sarebbe limitante e riduttivo analizzare la questione come puramente interna. Il rialzo internazionale dei prezzi (c’è la Cina, ma ci sono anche le cifre più alte che pure l’Inghilterra paga per giocatori di valore medio) sta inevitabilmente facendo lievitare il valore dei cartellini e quindi per le società italiane puntare su giocatori italiani (più facilmente inseribili e adattabili ad un progetto più rapidamente, almeno sulla carta) diventa prioritario.

Da qualche mese insomma, i prezzi sono “impazziti”, ma anche l’Italia ci ha messo del suo.

Pensiamo alla regola sugli italiani varata in gran fretta dopo il doppio disastro mondiale tra il 2010 e il 2014. Rose da 25 calciatori, di cui 4 cresciuti nel proprio vivaio e 4 cresciuti comunque in Italia. Un’imposizione “nobile”, come intento, ma che ha prodotto un’inevitabile impennata dei prezzi dei calciatori di casa nostra.

Non è un caso, del resto, che Caldara e Gagliardini, italiani, abbiano cambiato casacca prima di Frank Kessiè (ivoriano) che pure ha 2 anni in meno e vanta già esperienze nella sua nazionale (ora si aggregherà per la Coppa d’Africa).

È la legge del mercato: sale la richiesta, sale il costo. Niente di più logico.

E così ci sono società come la Fiorentina, appunto, che davanti a certe cifre si devono fermare.

Un discorso, ovviamente, che arriva fino ai 20 milioni di Zaza, che ormai giovane non può essere considerato (e che pur resta nel mirino viola).

L’altra faccia della medaglia? La si scopre quando si deve vendere. Un esempio su tutti: a queste cifre Federico Bernardeschi può valere anche 60 milioni di euro.

L’adattamento – ovvero la costruzione di giocatori in casa – ovviamente richiederà tempo, ma ancora una volta gli investimenti sul settore giovanile potrebbero essere la vera discriminante. Altrimenti, si rischia di esser tagliati fuori da tutto. Perché non solo i “top player” non sono raggiungibili. Ormai lo sono diventati anche quelli che (forse) lo saranno.