Se il calcio italiano, fatta eccezione per alcuni club virtuosi o di altri che puntano ad esserlo nel breve termine, sconta ancora importanti ritardi dal punto di vista manageriale e della preparazione finanziaria dei suoi dirigenti, non lo si deve solo ai vecchi vizi del mondo del pallone tricolore. Anche il contesto in cui l’industria del calcio, nonostante il suo peso sull’economia nazionale, si trova ad operare non è certo da stimolo per una maggiore professionalizzazione dei nostri club.

L’ultima certificazione della scarsa consuetudine degli italiani con argomenti di tipo finanziario viene dallo S&P Global FinLit Survey, un sondaggio condotto da Standard e Poor’s su 150 mila adulti di 140 paesi. Solo il 37% degli intervistati italiani ha dimostrato di possedere competenze finanziarie, un valore ben lontano dai migliori della classe, Danimarca, Svezia e Norvegia vantano il 71% di “competenti”, Germania e Olanda sono al 66%, ma inferiore anche alle percentuali di Francia (52%), Spagna (49%) o Polonia (42%).

Non è una novità.. si legge nel “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane”, pubblicato di recente dalla Consob. Avere buone conoscenze in materia economico-finanziaria non serve solo per investire sui mercati finanziari, è un qualcosa che impatta sulla vita di tutti i giorni, dalla decisione se affrontare o meno una spesa alla scelta del fornitore di energia.

«L’ignoranza finanziaria comporta costi significativi» , ricorda il rapporto di S&P, e non solo nella gestione delle società di calcio. I consumatori che non sono in grado di comprendere il concetto dell’interesse composto, viene spiegato nel rapporto che cita numerosi studi accademici a sostegno, spendono di più in commissioni, accumulano debiti più elevati e si ritrovano a pagare tassi di interesse più alti sui prestiti.

Non dovrebbe essere questo il caso di chi gestisce società di calcio professionistico, ma è evidente che, nonostante i passi in avanti fatti negli ultimi anni, il mondo che ruota attorno al pallone tricolore (a partire da chi il calcio lo racconta su giornali e tv) sconta questo importante ritardo dal punto di vista culturale.

Per migliorare conoscenze e competenze in materia finanziaria bisogna partire dai più giovani e anche qui, purtroppo, non brilliamo. Molti paesi hanno iniziato a introdurre l’educazione finanziaria nei loro programmi scolastici, altri hanno predisposto strategie nazionali per migliorare questo aspetto, in Italia siamo ancora indietro.

Una misura del gap che ci separa dagli altri paesi viene dall’indagine PisA — Programme for international student Assessment — del 2012 che, per la prima volta, prevedeva, in aggiunta alla misurazione delle competenze degli studenti quindicenni in maternatica, scienze e lettura, una valutazione del livello di “alfabetizzazione finanziaria”, l’insieme di conoscenze e capacità di comprensione di concetti di carattere finanziario.

L’indagine ha riguardato 29 mila studenti circa di 18 paesi, rappresentativi di circa nove milioni di ragazzi e ragazze quindicenni e il livello di competenze finanziarie degli studenti italiani è risultato tra i più bassi del campione. II punteggio medio è stato pari a 466, contro una media di 500 dei 13 paesi Ocse considerati; peggio di noi ha fatto solo la Colombia.

ll 21,7% dei partecipanti italiani al test si colloca al livello più basso di competenze e solo il 2,1% è inserito nel livello 5, il più elevato. I risultati delle singole regioni fanno emergere il consueto divario Nord-Sud: punteggi significativamente superiori alla media nazionale si sono registrati soprattutto nelle regioni del Nord-Est, Veneto e Friuli vantano un punteggio medio di 501, e in Lombardia e Piemonte; al contrario, si staccano in negativo dalla media le regioni del Sud, fa eccezione la Puglia, con la Calabria fanalino di coda, 415 il suo punteggio medio.

I risultati migliori in assoluto sono stati ottenuti dagli studenti di Shanghai, hanno un punteggio medio di 603 punti, ma hanno ottenuto punteggi superiori alla media Ocse anche la comunità fiamminga del Belgio, Estonia, Australia, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca e Polonia.

Dall’analisi comparata dei risultati nei diversi paesi emergono anche alcune caratteristiche peculiari degli studenti italiani. Le condizioni socio-economiche influenzano meno che in altri paesi i risultati. L’Italia, peraltro, ha una delle più basse percentuali di studenti intestatari di conto corrente, mentre è quasi nella media l’utilizzo di carte di debito; particolare curioso, il nostro è l’unico paese nel quale i ragazzi fanno meglio delle ragazze, ma lo scarto è di soli 8 punti.

C’è, tuttavia, un ulteriore, importante aspetto da sottolineare. Dalle prove di valutazione è emerso che, in generale, un alto livello di competenze in matematica e in lettura non si traduce necessariamente in un elevato livello di alfabetizzazione finanziaria, nonostante la teorica stretta correlazione tra queste due competenze e le competenze in materia finanziaria. L’Italia si segnala, tuttavia, come uno dei paesi nei quali i risultati degli studenti alle prove di alfabetizzazione finanziaria sono significativamente inferiori rispetto ai risultati di studenti con punteggi simili in matematica e lettura, il fenomeno appare ancora più accentuato in Francia; secondo gli estensori della ricerca, «gli studenti di questi paesi potrebbero facilmente raggiungere livelli più alti di alfabetizzazione finanziaria, una volta dato loro un adeguato supporto» . Un motivo in più, dunque, per impegnarsi nella definizione di un’efficace strategia a livello nazionale di istruzione in materia finanziaria ed economica.