I costi degli investimenti sostenuti da Mediaset per i diritti del calcio stanno appesantendo la tv del Biscione. In una approfondinta analisi su Milano Finanza vengono spiegate così le defaillance in borsa degli ultimi giorni fatte registrare dal gruppo.

Se Berlusconi ha investito 1,6 miliardi di euro nella gestione quasi trentennale del Milan, ora il calcio sta creando non pochi problemi a Mediaset, principale asset industriale della Fininvest di proprietà dello stesso fondatore di Forza Italia.

L’acquisto dei diritti 2015-2018 della Champions League, costati complessivamente oltre 700 milioni, e quelli per le partite delle migliori otto squadre di Serie A, pagati 1,1 miliardi, finalizzato al potenziamento della pay tv digitale Premium, sta pesando come un macigno sui costi e, quindi sui margini del broadcaster. Lo dimostrano i conti relativi ai nove mesi.

Ieri il gruppo di Cologno Monzese è arrivato a perdere più del 10% per poi assestarsi a un pesante -9,45% (l’ultima scivolata così importante, -10,8%, era stata registrata l’1 agosto 2012). Un mercoledì nero che ha visto andare in fumo 527 milioni di capitalizzazione con molti fondi usciti di scena: 4% il capitale scambiato ieri.

I dati che hanno preoccupato di più gli analisti, in particolare quelli stranieri, sono due. La pubblicità che cresce meno delle attese, nonostante gli incoraggianti dati macro, relativi alla ripresa dell’economia e dei consumi. E, in seconda battuta, l’incremento dei costi operativi del business italiano (spese per il personale escluse), schizzati del 10% a 769,4 milioni a fine settembre.

E non va neppure trascurato l’incremento (+5%) dell’ammortamento dei diritti tv, balzati a 558,2 milioni.

Il tutto a fronte dell’andamento flat (0,15%) dei ricavi pubblicitari, 1,16 miliardi, e del giro d’affari garantito da Premium (406,1 milioni, +0,9%).

Insomma, il tanto atteso effetto Champions non c’è stato. Anche se gli abbonati ora sono saliti a 1,9 milioni e l’azienda conta di chiudere il 2015 con un saldo positivo di 200 mila nuovi clienti.

Un parco utenti ancora basso che non basta a ripagare lo sforzo miliardo fatto dal Biscione per avere un’offerta allettante per il mercato italiano e in grado di fare concorrenza a Sky Italia (4,69 milioni di abbonati). Ma così, evidentemente, non è stato. A dimostrazione che il telespettatore ancora non cambia abitudini e difficilmente passa da un operatore all’altro.

Tanto più che l’abbuffatta di calcio in tv non fa proseliti: come rilevato lo scorso 24 ottobre da MFMilano Finanza, dopo le prime sette giornate di campionato di Serie A, il totale spettatori delle due piattaforme era calato del 12%. «L’investimento per la Champions League», ha dichiarato ieri a Class Cnbc, il cfo di Mediaset Marco Giordani, «è un piano che si ripaga in tre anni, sono passati solo due mesi. La strada è lunga ma l’inizio è molto confortante».

Ma ciò non è bastato al mercato e ai broker per cambiare idea, visto che sempre ieri è arrivata una raffica di downgrade sul titolo, in particolare dagli esteri Goldman Sachs Barclays e Hsbc. Analisti dubbiosi sulle prospettive del business di Premium tanto più che la guidance sui costi operativi per il 2015 è stata rivista al rialzo da 2,51 a 2,55 miliardi.

«Per quanto riguarda i costi per noi è tutto sotto controllo. L’investimento fatto nelle radio (R101 e Finelco, ndr) porterà spese sia nell’ultimo trimestre sia nel 2016 ma per noi è sicuramente strategico. Per quanto riguarda il palinsesto di Premium abbiamo deciso di innalzare un po’ il livello qualitativo, acquisendo diritti aggiuntivi», ha specificato Giordani. «Sul trimestre che si sta concludendo questo può avere un effetto negativo, ma la nostra visione è un po’ più di lungo termine».

La borsa, invece, ha guardato al breve – anche per la scarsa visibilità sul mercato pubblicitario – e l’ebit negativo (-47,7 milioni rispetto al +23,7 milioni dell’anno precedente) per l’Italia preoccupa. Anche perché, sul fronte pubblicitario le attese per il quarto trimestre sono di una crescita single digit e la Rai, con la sua politica aggressiva sui prezzi di vendita degli spot, obbliga Mediaset a non incrementare il listino. Così come la guerra con Sky sulle offerte al ribasso dei pacchetti pay non permette a Premium di risalire la china. Fortuna che c’è la Spagna che è tornata a volare e a garantire, in prospettiva, maggiori dividendi.