Si è recentemente conclusa la sessione estiva del calciomercato, una sessione in controtendenza specialmente per le squadre italiane che sono tornate a investire nell’acquisto di calciatori di valore dopo alcune sessioni passate invece alla ricerca di colpi low-cost. L’interrogativo che ora ci si pone, con i cantieri del calciomercato fermi ed in attesa di riprendere a pieno regime nella sessione invernale, riguarda principalmente la sostenibilità degli investimenti fatti in estate.

L’obiettivo di qualsiasi top team è vincere la Champions League o comunque partecipare alla più prestigiosa competizione continentale, il vero sacro graal della sostenibilità del business. Ne è un chiaro esempio la Juventus, arrivata ad avere un fatturato di circa 350 milioni (contro i 290 precedentemente stimati con il solo superamento del girone) in virtù della cavalcata effettuata nella passata edizione.

La Juventus, godendo di un’ottima annata a livello sportivo, ha incrementato il proprio fatturato potenziale di circa 60 milioni di euro. In sostanza ha dato un impulso positivo al ciclo di sostenibilità proposto nella figura sottostante. Cosa significa questo?

  1. La società ha la possibilità di investire una cifra maggiore nella gestione sportiva: in sostanza si può permettere dei costi maggiori, che a loro volta si traducono in ammortamenti (dunque acquisti) e costo per l’ingaggio dei calciatori crescenti.
  2. Ingaggi maggiori e investimenti importanti spesso portano all’acquisto dei migliori calciatori presenti sul mercato e con l’arrivo di questi nuovi campioni si innalza il livello tecnico della formazione.
  3. Infine, in virtù dell’arrivo di questi nuovi giocatori, che sulla carta appunto dovrebbero migliorare il livello tecnico della squadra, la società ottiene risultati migliori o almeno in linea con quelli della stagione precedente e così via.

 

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Tralasciando l’esempio della Juventus che non è forse il più indicato vista la mini-rivoluzione dettata da fattori esogeni, ma che è servito per capire il motivo di una prima parte di campagna acquisti programmata e puntuale (Dybala, Mandzukic, Khedira, Neto e Rugani acquistati già in giugno), applichiamo lo stesso ragionamento a società del calibro di Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco (giusto per citare le altre tre semifinaliste della scorsa stagione). Questi tre team sono da anni stabilmente ai vertici del calcio europeo e hanno saputo mantenere la leadership migliorando di anno in anno il livello quanti-qualitativo delle rispettive rose. Non è un caso che i costi di gestione siano notevolmente più alti di quelli della Juventus, che se avesse questi costi da sostenere (ad esempio i 35 milioni di Euro lordi degli stipendi di Messi o Ronaldo) andrebbe facilmente “fuori giri” (i costi supererebbero i ricavi e sarebbe necessaria o un’iniezione di denaro oppure un’esposizione con le banche per poter coprire il disavanzo, ovviamente in uno scenario semplificato ma verosimile). Un chiaro esempio della forza economica di queste squadre può essere riassunto con l’acquisto di Kovacic da parte del Real Madrid per 35milioni di Euro, ma con il grado di “riserva di lusso”. Lo stesso Barcelona ha avuto la forza di strappare alla concorrenza interna dell’Atletico Madrid il fantastista Arda Turan per 34 milioni di Euro e l’esterno Aleix Vidal per 22 milioni di Euro al Sevilla. Il Bayern Monaco invece pur “limitandosi” in estate ai colpi Arturo Vidal (37 milioni) e Douglas Costa (30 milioni), ha invece nelle sessioni precedenti sottratto alla concorrenza nazionale (e internazionale) del Borussia Dortmund di Klopp le stelle Gotze e Lewandowski.

Come facilmente intuibile, tali spese non sono sostenibili nemmeno dalla società che in Italia attualmente comanda sia la classifica di serie A sia la classifica “dei fatturati”. Nessuno si sognerebbe mai alla Juventus di investire tali cifre per giocatori fortissimi, ma nel caso di Kovacic o Arda Turan semplicemente riserve.

Questo paradosso è giustificato dal fatto che le squadre ricche diventano sempre più ricche e alle altre toccano solamente gli “scarti”. In uno scenario futuro dunque saranno più forti le riserve del Real Madrid che i titolari della Juventus? Questo è abbastanza improbabile perché nel calcio sappiamo bene che intercorrono anche elementi diversi dal solo valore di mercato di una formazione. Quello che occorre sottolineare è però l’evidente divario che si sta creando tra l’élite del calcio europeo ed il resto del mondo.

Questa disparità è la cartina al tornasole della differenza che c’è tra chi ha saputo cavalcare “l’onda Champions” al momento opportuno e ora gode dei benefici relativi (sponsor, media, diritti tv, merchandising etc.) legati al posizionamento e chi invece purtroppo deve affidarsi a “imprese” per poter competere con questi titani.

L’alternativa

L’alternativa è costruire una squadra competitiva attraverso iniezioni di capitale privato (famiglia proprietaria che crede in un progetto) oppure ingente esposizione con le banche (sempre rischiosa). Gli sceicchi proprietari di Paris Saint Germain e Manchester City hanno evidentemente creduto nel business calcio e da diversi anni acquistano i migliori calciatori in circolazione, pagando prezzi a volte “fuori mercato” per poter avere in squadra le stelle del momento. De Bruyne e Sterling, ultimi acquisti in casa City sono costati da soli 140 milioni di Euro, in sostanza mezzo fatturato della Juventus anno 2013; mentre Di Maria è approdato nella capitale francese per la modica cifra di 63 milioni di Euro (la somma degli acquisti estivi di mezza Ligue 1 messa assieme). Tuttavia il fatturato dei citizens è passato da 90 a 370 milioni di Euro in pochi anni ed anche quello dei parigini è cresciuto in maniera vorticosa.

All’aumentare del fatturato, i costi di gestione monstre di queste società dovrebbero essere “riassorbiti” e gli investimenti diverrebbero sostenibili così come avviene da tempo in società come Bayern Monaco e Real Madrid.

La metafora più corretta per spiegare questo è forse quella di una persona che corre in bicicletta. Mano a mano che la velocità sale è necessario innestare il rapporto superiore per poter aumentare la velocità e così via. Quando invece si parte da fermi inizialmente le prime pedalate sono molto difficili, molto “dure” perché la bicicletta deve superare l’attrito volvente della partenza ed iniziare a così a muoversi sempre più velocemente. Per di più all’inizio si hanno anche problemi di equilibrio e si rischia di cadere facilmente.

Per lo stesso motivo una società che già cavalca un’onda importante nel ciclo risultati-redditività-investimenti non potrà che migliorare continuamente aumentando la propria “velocità di crociera”, essendo il rischio di sbagliare molto più basso e le risorse da investire maggiori. Mentre chi è partito in ritardo e muove le prime pedalate si troverà ad affrontare molte criticità, come il rischio di sbagliare progetto (allenatore o giocatori non coerenti) o di avere una piazza che ai primi risultati negativi contesterà la squadra oppure ancora l’esposizione finanziaria o il troppo indebitamento manderà la società sul lastrico.

In sostanza partecipare alla Champions è un requisito essenziale per poter aver denaro da investire per sostenere la gestione e comprare i migliori calciatori in circolazione, ma anche i migliori calciatori in circolazione sono un requisito essenziale per poter raggiungere le fasi finali del maggior torneo continentale e quindi avere un fatturato che sostenga la gestione.

Gli investimenti effettuati in questo senso da Inter e Milan portano in questa direzione, con la differenza che il gap da colmare è molto elevato e le “rendite di posizione” dei top club sono adesso difficilmente attaccabili.

Indebitamento o ingenti investimenti privati (sempre con la spada di Damocle del FFP per il momento sollevata, ma incombente) possono essere le uniche soluzioni per sostenere una gestione sportiva con costi importanti (l’acquisto avviene sempre ad inizio anno e i risultati della stagione sono ovviamente visibili solo in giugno).

A meno di una nidiata proveniente dal settore giovanile degna di quella della classe 1987 del Barcelona (Piquè, Messi, Fabregas, Pedro) che permetterebbe un grado di indebitamento basso (bassi stipendi e bassi costi di gestione per via di ammortamenti quasi assenti) a fronte di una squadra dal potenziale immenso