Al di là della risonanza e dell’entusiasmo che i grandi colpi estivi possono portare tra i supporters delle varie squadre, che non aspettano nient’altro che vedere i propri dirigenti darsi battaglia a suon di milioni per acquistare i migliori giocatori sulla piazza, qual è l’impatto sui risultati di un nuovo acquisto multimilionario?

L’equazione sembrerebbe essere: più soldi investo, più spendo, più campioni compro, più titoli vinco. Probabilmente si, questo è tutto vero, anzi quasi sicuramente nel lungo periodo.

Ma non sempre. Vediamo perché.

Per dirimere la questione, proviamo ad utilizzare due matrici di aggregazione sintetica di alcuni importanti indicatori. La prima matrice mette in correlazione le spese effettuate dalle 16 principali squadre europee nel corso delle sessioni di mercato 2012-2013, 2013-2014 e 2014-2015 ed il loro rendimento nelle competizioni internazionali della stagione seguente (secondo un sistema di calcolo elaborato da PriceWaterhouseCoopers e già adottato in altri articoli da C&F).

Dal grafico si evince immediatamente di come e quanto siano importanti gli investimenti in acquisizione di nuovi giocatori per il raggiungimento di vittorie europee, investimenti che però non garantiscono il 100% di successo.

 

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Analizzando nel dettaglio la matrice, si nota come nel quadrante in alto a destra (alte spese /alti risultati) troviamo quattro squadre, di cui tre (Real Madrid, Barcelona e Chelsea) che hanno realmente vinto un trofeo nelle stagioni oggetto d’esame (per il Chelsea è considerata l’Europa League 2013, essendo la Champions 2012 fuori “perimetro”). La quarta, invece, il PSG, pur avendo speso molto per l’acquisizione di talenti (Ibrahimovic, Cavani, Pastore, Lavezzi, Lucas, Verratti, Marquinhos, Thiago Silva etc.) non ha effettivamente ottenuto risultati di spessore negli ultimi tre anni. È altresì vero che nel 2011 i parigini erano ai margini del calcio europeo ed il catching-up da loro effettuato arrivando nell’élite del calcio in così poco tempo è stato un risultato sicuramente invidiabile. Nel calcio però, a differenza di un mercato “normale” in cui le aziende si sfidano a colpi di vendite (di servizi e prodotti), non si ragiona per quote di mercato ma per vittorie, e, dato che vince solamente il primo, il deficit di cassa prodotto dalla gestione Al Khelaifi può sembrare uno sciocco vizio più che un progetto di business strutturato e lungimirante

Nel quadrante in alto a sinistra (bassa spesa /alti risultati) è interessante notare inoltre come il Bayern Monaco, al top per rendimento in campo internazionale, non risulti tra i club più “spendaccioni”. Questo dato, tuttavia va spiegato meglio attraverso due fattori: il primo è che l’ossatura della squadra tedesca, ossia Muller, Lahm, Schweinsteiger (ora allo United) è un prodotto interno; il secondo è che l’acquisto dei funamboli Robben e Ribery è temporalmente antecedente alla nostra analisi (così come il tesseramento del portiere Neuer dallo Schalke 04), ma soprattutto mancherebbero nel conteggio i 50/60 milioni dell’acquisto del centravanti Lewandovski, arrivato a 0 dal Borussia Dortmund nell’estate del 2014. Sempre nel quadrante dove sono localizzati i bavaresi, il più “virtuoso” dei quattro, cioè quello in cui i risultati sono maggiori della spesa (ma attenzione anche a questo fatto perché un club che vuole ottenere risultati duraturi nel tempo deve sostenere in modo massiccio la propria attività, così come un’azienda deve investire in R&S, promozione e marketing ad esempio per non venire sorpassata dai concorrenti più “poveri” ma sicuramente più affamati), troviamo le tre finaliste delle ultime tre edizioni della Champions League: Juventus, Borussia Dormund e Atletico Madrid. Queste squadre, vere e proprie rivelazioni, infatti non vennero accreditate come potenziali finaliste all’inizio delle competizioni proprio per il loro basso investimento durante le sessioni di calciomercato.

Interessante infine notare come il quadrante “peggiore” sia occupato solo da squadre inglesi: Tottenham, City, Liverpool e Manchester United (anche l’Arsenal è borderline). Queste squadre, forti di un modello economico importante alle spalle e con una certa solidità finanziaria, non esitano ad investire nell’acquisto di nuovi calciatori, salvo poi avere risultati sportivi inferiori alle aspettative ed alle spese. Tuttavia non è utopistico pensare come il ciclo della reddittività (risultati, ricavi, investimenti, risultati) già in atto da qualche anno presso queste società possa loro permettere, considerando un orizzonte di lungo periodo, di riuscire ad imporsi nel calcio che conta e non solamente ad ottenere dei piazzamenti, che torniamo a ripetere, sarebbero già un risultato importante in un’azienda “normale”.

La seconda matrice invece mette in luce la differenza tra spese ed incassi derivanti dalle sessioni di calciomercato (sempre dalla stagione 2012-2013 alla stagione 2014-2015).

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Ad una prima analisi si può notare immediatamente come le squadra che hanno investito maggiormente (al netto degli incassi derivanti da cessioni) sono state PSG e Manchester United, seguite da Barcelona (pesano qui molto i 100 milioni spesi per un giocatore solo: Neymar) e Manchester City. Dall’altro lato della matrice invece troviamo il Porto, che esce in positivo per ben 189 milioni durante le ultime tre sessioni di calciomercato! Anche Atletico Madrid (nell’estate del 2013 venne venduto Falcao per 60 milioni al Monaco) e Milan (la maxi- cessione Ibrahimovic-Thiago Silva dell’estate 2012 al PSG ha qui un peso importante, considerando l’immobilismo in entrata della società milanese) occupano inoltre questo lato della matrice. Nella parte alta troviamo Real Madrid e Bayern Monaco, affiancate, le quali hanno una differenza acquisti-cessioni attorno ai 90 milioni di passivo negli ultimi tre anni. I tedeschi confermano sostanzialmente il dato della prima matrice, avendo incassato relativamente poco dalle cessioni avvenute negli ultimi anni (Götze permettendo), ma avendo anche speso poco. Di contro il Real Madrid, una delle squadre che più investe in calciomercato e nell’acquisto di stelle, vede un saldo finale addirittura sotto la media delle squadre analizzate poiché nel corso degli ultimi anni ha saputo anche “vendere bene”: per fare un esempio Ozil è stato infatti ceduto all’Arsenal per 50 milioni e Di Maria è andato al Manchester United per 80! Curioso infine il caso del Tottenham, il cui saldo acquisti/cessioni è pari a 0