Russia 2018

Russia 2018, ancora tagli al budget. I Mondiali di Russia 2018 non sono a rischio, tuttavia, tra tagli al budget e costi in forte crescita, il massimo evento calcistico globale rischia di non essere accompagnato dalla grandeur delle precedenti edizioni. Incalzato da una crisi che sta strozzando gran parte dell’economia nazionale, il governo russo ha virato verso una spending review corposa, in cui  sono assolutamente banditi gli sprechi.

Per questo, su proposta del ministro dello sport Vitaly Mutko, Mosca ha tagliato il numero degli hotel previsti in costruzione per i Mondiali di calcio che inizieranno tra tre anni: 25 alberghi (su 63), circa il 40% di quelli inizialmente previsti, non saranno più costruiti, con un risparmio stimato, per gli investitori, sino a 435 milioni di euro. Lo si legge sul sito ufficiale del governo: i tagli riguardano in particolare la regione di Nizhi Novgorod (dove erano programmati 15 hotel), ma anche Volgograd, Kaliningrad, Rostov sul Don e Saransk. Il governo ha assicurato comunque che il numero complessivo di stanze e alloggi rispetterà le condizioni imposte dalla Fifa, con la quale si è raggiunto un accordo, e sarà sufficiente ad accogliere i tifosi provenienti da ogni angolo del pianeta. Anche perché, a subire l’intervento saranno soprattutto gli edifici di lusso e non quelli più facilmente sfruttabili anche dopo la rassegna mondiale.

Tuttavia, i problemi per la Russia continuano a sommarsi e ad ostacolare il percorso di organizzazione dell’evento FIFA più importante: C&F in più di un’occasione ha rivelato che le difficoltà si concentrano soprattutto nel sostenimento dei costi di costruzione in vertiginosa crescita, non ultimi quelli degli impianti in cui si svolgerà il torneo. Il crollo del valore del rubo, in quest’ottica, sta avendo effetti devastanti: impedisce il reperimento di materie prime dall’estero (sempre più costose), e, allo stesso tempo, ha fatto lievitare il costo delle fonti di approvvigionamento interne, riducendo drasticamente, tra le altre cose, la presenza di manodopera straniera a basso costo. Per porre un freno all’emorragia economica, il governo non poteva dunque che suturare la ferita intervenendo con una politica di austerity

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