Manchester, 28 maggio 2003, il Milan vinceva la sua sesta Coppa dei Campioni battendo ai rigori la Juventus dopo aver superato in una combattutissima semifinale l’Inter di Massimo Moratti. Sono passati quasi dodici anni, ma sembra un secolo fa. E non solo dal punto di vista sportivo. Se allora, infatti, l’Italia era riuscita a portare ben tre squadre in semifinale di Champions League, i club della Serie A primeggiavano anche nella Football Money League, la classifica stilata da Deloitte relativa ai ricavi delle principali società calcistiche europee. Nella stagione 2003/2004, quella successiva alla finale tutta italiana dell’Old Trafford, Juventus e Milan figuravano infatti al terzo e al quarto posto della graduatoria dei club più ricchi d’Europa, con l’Inter all’ottavo posto ma attaccatissimo al Barcellona settimo.

E oggi? Secondo le rilevazioni di Deloitte, relative esclusivamente ai ricavi caratteristici (diritti tv, attività commerciali e stadio) e senza tenere conto delle plusvalenze del calciomercato, nella top 10 figura solo un club di Serie A, la Juventus, ma staccato ampiamente dalle posizioni di vertice, dove primeggiano le spagnole Real Madrid (1°) e Barcellona (i blaugrana, oggi al quarto posto, erano addirittura fuori dalla top 10 nel 2002/2003), i campioni di Germania del Bayern Monaco (3°) e una macchina da soldi planetaria quale il Manchester United (2°). Tutti club che non a caso figurano anche al vertice del ranking Uefa (solo lo United è decimo nel ranking continentale anche in virtù della mancata qualificazione alla Champions 2014/15).

E non è solo colpa degli sceicchi, che aggirando i vincoli del fair play finanziario sono riusciti a gonfiare, a suon di sponsorizzazioni con parti correlate, i ricavi di Paris Siant-Germain (5°) e Manchester City (6°), se le italiane hanno perso quota. La scelta di puntare molto sulle entrate legate alla commercializzazione dei diritti televisivi (che dipendono fortemente dalla qualificazione alla Champions), trascurando per anni lo sviluppo delle attività commerciali e dei ricavi legati allo stadio (la Juve è stata apripista in Italia, ma solo di recente), si è rivelata miope e si è tradotta in una progressiva emarginazione dei club italiani dal circolo del calcio europeo che conta. Se questo si aggiunge il fatto che il regolamento Uefa sul fair play finanziario non consentirà più ai club di finanziarsi con il rosso di bilancio il rischio che questa situazione si protragga nel tempo è altissimo.

La sfida è slegare la crescita dei ricavi dalla qualificazione alla Champions. Finora, ancora nessuno tra i club italiani, c’è riuscito. Colpa di un sistema arroccato su se stesso, più attento ai giochi di potere che allo sviluppo dell’azienda calcio nel suo complesso. Nel giorno in cui il presidente della Bce, Mario Draghi, ha annunciato l’avvio del tanto atteso Quantitative Easing (il programma di acquisto di titoli privati e pubblici) per far ripartire l’economia europea, ci viene da dire che anche per colmare lo “spread” che si è aperto tra il calcio italiano e quello europeo (si vedano le tabelle seguenti) servirebbe un cambio di passo come quello imposto da Draghi.

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2 COMMENTI

  1. Calciopoli è stata nefasta in questo caso, soprattutto per la Juve e poi di conseguenza per tutto il Calcio Italiano.
    Se qualcuno si fosse fatto un calcolo, una domanda, prima di cercare di eliminare la squadra più importante d’Italia, senza uno straccio di prova e solo per favorire altre squadre.
    La Juve è risorta dalle ceneri, e a fatica sta cercando di risollevarsi anche in ambito europeo, ma le altre si sono auto distrutte crogiolandosi nei debiti e nei successi estemporanei e falsi.

    • Non saprei dire se le indagini e i processi di FICG e CONI che hanno portato alle condanne sportive della Juventus siano stati equi, giusti e indipendenti.
      Vorrei farti notare però che i suoi dirigenti nel corso degli anni hanno avuto varie condanne penali in appello. Quindi sarebbe ora di finirla di dire che il casino emerso con Calciopoli sia stato solo frutto di montature.
      Se per te la crisi del calcio italiano è tutta da ricondurre agli effetti dello scandalo del 2006, e non riesci a vedere i problemi strutturali, imprenditoriali, manageriali, etici, politici, di sistema-paese che si son sviluppati nell’industria sportiva italiana tutta a partire dagli anni d’oro degli ottanta-novanta, e che hanno portato alla perdita di competitività attuale con i campionati esteri, direi che ti meriti quel genere di dirigenti, e i frutti del loro lavoro.

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