Dopo la  correzione dei conti del marchio tedesco Adidas costretta ad accettare il risultato dei primi 9 mesi dell’anno, con un calo del suo utile netto di quasi il 20,9%, ora è interessante conoscere i numeri del suo marchio-sorella, Puma, che configura un parallelismo quasi totale che si riferisce, essenzialmente, alla negatività dei numeri registrati nel 2014.

Una diminuzione del 43% del profitto

Marketing Deportivo infatti evidenzia come non sia un buon momento per nessuna delle due società create nel secolo scorso dai fratelli Adolf e Rudolf Dassler, immerse in una spirale preoccupante di numeri imprevisti che minacciano la sostenibilità dei loro progetti a breve e medio termine.

Rispetto al 20,9% presentato da Adidas come riduzione dell’utile netto nei primi nove mesi di quest’anno rispetto allo scorso, la situazione della Puma è di gran lunga peggiore: un calo cioè del 43% del profitto rispetto a quanto ottenuto l’anno passato nello stesso periodo di tempo. Così, Puma è passata da 12o milioni di euro di utile netto ai 68,6 milioni di euro attuali, una forte caduta che, a sorpresa, non ha però minato le aspettative dei leader del marchio tedesco.

Incremento delle previsioni

L’azienda infatti ha voluto vedere il lato buono dei dati ottenuti nel corso dell’ultimo trimestre, quello tra luglio e settembre, dove le sue vendite sono aumentate per la prima volta dopo sette trimestri consecutivi di segno “meno”. Pertanto, le vendite sono aumentate del 3,7% (da 813,1 milioni dell’anno passato a 843.4 milioni di quest’anno), fatto che ha permesso al brand di aumentare le sue previsioni di vendita per l’intero esercizio, confidando su un aumento di circa il 5%.

Tuttavia, in generale, i dati non sono promettenti. Il fatturato di Puma raggiunto tra gennaio e settembre per un totale di 2,221 miliardi di euro, si è segnalato in calo del 2,9% rispetto ai 2,287  dell’esercizio precedente, principalmente per il calo delle vendite a livello globale. Inoltre, il fatturato è sceso del 1,1% in Europa, Medio Oriente e Africa, mentre la sua “caduta” è stata molto più significativa in America, con il 4,8% e l’Asia Pacifico, al 3,3%.

Fabio Colosimo

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