balotelli_2779698Il disastro della Nazionale italiana ai mondiali brasiliani 2014 ha aperto il dibattito sulle cause e quindi sulle soluzioni più efficaci per ristrutturare il calcio made in Italy, da quelle che sono unanimemente considerate le basi. Andrea Agnelli proprio ieri ha attaccato duramente la Figc, auspicando riforme vere, drastiche, e non il classico “traghettatore” che, alla fine dei conti, sarebbe solo un palliativo ai mali che affliggono il nostro calcio. Chiaro riferimento alla possibile elezione di Carlo Tavecchio a capo della Federazione il quale, secondo il presidente della Juventus, non rappresenta quella novità con la quale restituire certezze al movimento dello sport italiano.

Ma, a parte l’auspicabile e necessario rinnovamento in seno ai vertici istituzionali, conta tanto, se non tutto, puntare sulla valorizzazione dei vivai dei club nostrani, un tempo vera e propria fucina di talenti diventati poi campioni, lanciati con coraggio da allenatori seri e preparati. Perché poi, in casa, grazie ad un meticoloso lavoro di scouting, ci siamo ritrovati una Nazionale piena zeppa di fuoriclasse, composta dai vari Nesta, Cannavaro, Buffon, Del Piero, Totti. La scuola italiana ha da sempre fatto epoca, ma è caduta in disgrazia proprio quando c’era l’impellente necessità di rinnovarsi: perché con il calcio che è diventato sempre più business, sempre più dipendente dai vincoli imposti dai bilanci, i giovani dei settori, materia prima sulla quale ricostruire una Nazionale competitiva, sono stati sempre più spesso merce di scambio in operazioni più o meno opache, utilizzati come pedine utili ad abbassare il cash necessario per l’acquisto del fenomeno (o presunto tale) di turno.

Ed ecco che la Nazionale campione del Mondo poi non troppo tempo fa, nel 2006, si è trovata senza un adeguato ricambio generazionale, vittima di una politica federale che ha fatto di tutto tranne che pensare al futuro. L’inchiesta su quelli che sono i perché di questa tendenza sarebbe vastissima; meglio dunque concentrasi sulle soluzioni. La Gazzetta dello Sport di stamane riporta infatti un interessante articolo che sottolinea l’importanza della “squadra B”, che, sull’esempio spagnolo, ha permesso di scovare e crescere quei talenti che hanno poi costituito la trave portante di una corazzata formidabile come la formazione iberica.

Si perché le filial, termine con il quale in Spagna si indica la squadra di riserva, hanno rappresentato il terreno idelae per coltivare le nuove leve sulle quali scommettere per il futuro. Emblematico il caso del Barcellona, capace di rivoluzionare il calcio moderno soprattutto attraverso il rilancio del proprio settore giovanile. La storia è risaputa. Siamo nel giugno 2008: il Barça B di Pep Guardiola batte il Berbastro, vince il campionato di Tercera e approda in Segunda B. Dalla quarta alla terza serie. Con Guardiola c’erano anche Busquets e Pedro, due canterani doc, due che, solo un anno dopo, trionferanno a Roma nella finale di Champions League del 2009, contro lo United. Un anno dopo ancora saranno addirittura campioni del Mondo. Bel salto in avanti, e solo nell’arco di un paio di stagioni, fatto che testimonia inequivocabilmente l’importanza di avere nel sangue la cultura dei giovani.

Quest’anno, il Barça B di Sacristan, ha fatto un gran campionato e si è guadagnato l’accesso ai play off che ha gentilmente lasciato al Cordoba, perché in Spagna vige la regola per la quale una squadra filial non può giocare nella stessa categoria della squadra “A”. Gli esempi si sprecano dunque e, anche andando indietro di un trentennio, possiamo rintracciare la gloriosa epopea del Real di Butragueno, cresciuto proprio nella prolifica filial madrilena del Castilla.

Avere dunque una buona squadra riserva dà enormi frutti in termini strettamente tecnici, perché permette ai club di trovare e sfruttare risorse già adeguatamente formate e testate. Ma anche in questo caso, non mancano importanti risvolti economici. Perché, in poche parole, non è raro il caso di riacquisto dei giocatori da parte del club che ha cresciuto quei giovani: al Madrid, ad esempio, sono tornati alla base Arbeloa, Carvajal, Callejon, alcuni dei quali rivenduti addirittura a cifre enormi.

Una mano santa in materia di fair play finanziario, oggi più che mai capace di determinare le sorti sportive di un club con leggi che impongono equilibrio nei conti, e vietano follie sul mercato. Per questo crescere i propri talenti, tenendone alcuni e vendendone altri, fa bene ai bilanci, in due sensi: permette alle società di non spendere cifre enormi per rinforzare la rosa; e, al contempo, di fare cassa, con la cessione di quelli che sono i pezzi “meno pregiati” della cantera.

Fabio Colosimo

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