Si è chiusa senza arrivare allo squeeze-out l’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) di Poste Italiane su TIM, ma il percorso verso una sempre maggiore integrazione tra i due gruppi è destinato a proseguire. Al termine della riapertura dei termini, Poste è arrivata a detenere circa l’85,82% del capitale di TIM. La quota raggiunta è molto elevata, ma resta sotto il 90%, soglia che avrebbe consentito di avviare il percorso verso lo squeeze-out delle minoranze e il conseguente delisting di TIM, cioè l’uscita del titolo dalla Borsa.
Il mancato raggiungimento del 90% non sembra però cambiare la direzione dell’operazione. Più che abbandonato, il delisting appare rinviato. Secondo gli analisti di Equita, Poste dovrebbe continuare a lavorare nei prossimi mesi per creare le condizioni che possano portare, in futuro, all’uscita di TIM da Piazza Affari. Il delisting renderebbe più semplice gestire l’integrazione tra le due società, perché TIM non sarebbe più soggetta agli obblighi legati alla quotazione e Poste avrebbe maggiore libertà nella gestione delle future operazioni industriali e societarie.
Poste ha il pieno controllo di TIM: ora spazio all’integrazione
Dal punto di vista della governance, la differenza tra l’85,82% e il 90% è meno rilevante. Con una partecipazione superiore all’85%, infatti, Poste controlla largamente TIM ed è in grado di determinare anche l’esito delle assemblee straordinarie, quelle chiamate a decidere sulle operazioni societarie più importanti. In termini semplici, pur non potendo ancora arrivare alla completa uscita dei soci di minoranza, Poste dispone già di una maggioranza sufficiente per guidare praticamente tutte le principali decisioni strategiche della società.
La nuova fase dovrebbe quindi concentrarsi soprattutto sulle sinergie industriali, cioè sui benefici che Poste e TIM possono ottenere lavorando insieme, eliminando sovrapposizioni e sviluppando attività comuni. Secondo gli analisti, questo lavoro potrebbe partire immediatamente, anche in vista del nuovo piano atteso nel primo trimestre del 2027.
Il mancato squeeze-out, quindi, non dovrebbe bloccare l’integrazione. Potrebbe semmai rallentare il percorso verso una struttura societaria ancora più semplice, con TIM interamente sotto il controllo di Poste e fuori dalla Borsa.
Cosa può succedere al titolo TIM
Nel breve periodo resta invece da capire come reagirà il mercato. Gli analisti segnalano alcuni elementi che potrebbero limitare ulteriori rialzi del titolo TIM, a partire dalla forte crescita registrata durante l’operazione. Un altro tema riguarda la liquidità del titolo, cioè la quantità di azioni effettivamente disponibili per gli scambi in Borsa. Con oltre l’85% del capitale nelle mani di Poste, il flottante si è notevolmente ridotto: questo può rendere il titolo meno scambiato e quindi meno interessante per alcuni investitori.
C’è poi il tema della futura destinazione delle risorse di TIM. Con Poste saldamente al controllo, una parte maggiore della cassa potrebbe essere destinata agli investimenti e allo sviluppo industriale, piuttosto che alla remunerazione degli azionisti attraverso dividendi o altre forme di distribuzione.
Il delisting è solo rimandato
Il quadro che emerge è quindi piuttosto chiaro. Poste non ha raggiunto il 90% necessario per accelerare immediatamente verso l’uscita da Piazza Affari, ma con l’85,82% di TIM dispone già di un controllo molto ampio sulla società. Il prossimo passaggio sarà lavorare sull’integrazione e sulle sinergie, mentre il delisting resta uno scenario concreto per il futuro.
Lo squeeze-out non è arrivato al termine dell’OPAS, ma il progetto appare solamente rinviato. Equita mantiene intanto su Poste Italiane una raccomandazione BUY con target price a 31 euro, mentre su TIM indica REDUCE con target a 7,20 euro. In sostanza, gli analisti vedono ancora potenziale di rialzo per Poste, mentre ritengono più limitati i margini di crescita del titolo TIM rispetto agli attuali valori di Borsa.