Sala spinge sul Meazza: perché Inter e Milan non l’hanno voluto ristrutturare finora

Il sindaco propone il Meazza a Inter o Milan, ma i club hanno già ribadito in più occasioni perché non sia possibile ristrutturare l’impianto.

Milano piano concerti San Siro
(Foto: Marco Luzzani/Getty Images)

Il quartiere San Siro a Milano e il suo storico stadio Giuseppe Meazza sono tornati al centro del dibattito cittadino e nazionale in queste ultime settimane. Il sindaco del capoluogo lombardo, Giuseppe Sala, ha provato a spingere nuovamente sull’acceleratore parlando di disponibilità del Comune a trattenere anche una sola tra Inter e Milan e proponendo addirittura un contributo ai lavori o una cessione dell’impianto.

Le parole di Sala e la spinta sul restyling di San Siro

«Il vincolo sul Meazza non è definitivo, è chiaro, ma quello può condizionare molto. Se una delle due squadre volesse lavorare sullo stadio, siccome è di nostra proprietà, possiamo immaginare di farci carico di una parte dei lavori. Il secondo punto potrebbe essere quello di cedere lo stadio. Le formule sono molte ma bisogna vedere qual è la volontà di rimanere lì di una delle due squadre, vediamo cosa succede», ha commentato Sala.

Dichiarazioni legate inevitabilmente a una situazione che rischia di lasciare l’amministrazione comunale con il “cerino” in mano: un impianto da 75mila posti inutilizzato per la maggior parte del tempo. Parole arrivate dopo che il Milan ha mosso passi concreti per la costruzione del nuovo impianto a San Donato, con la presentazione di una proposta di Variante Urbanistica per l’area denominata “San Francesco”, e dopo che l’Inter ha firmato un’esclusiva per l’area di proprietà dei Cabassi a Rozzano fino ad aprile 2024.

Insomma, il rischio per Milano di perdere sia Inter che Milan non è mai stato così concreto, da qui il tentativo del sindaco di giocare le ultime carte a disposizione. Una proposta che viene da chiedersi come mai non sia stata avanzata prima e soprattutto bisognerebbe capire come si possa superare quella che ormai appare una certezza: il vincolo sul secondo anello dal 2025, già anticipato dalla sovrintendenza.

Il dibattito pubblico e i “no” dei club alla ristrutturazione

Eppure, al netto dei tentativi più o meno disperati del Comune, Sala dovrebbe ricordare bene che Inter e Milan finora hanno posto un maxi veto alla ristrutturazione del Meazza. Le società lo hanno ribadito più volte durante gli incontri di quel dibattito pubblico per la realizzazione di un nuovo impianto condiviso nell’area di San Siro, che proprio il Comune pagò oltre 245mila euro e che a distanza di un anno appare completamente inutile.

Il presupposto del progetto di Inter e Milan era quello di un abbattimento del Meazza, o al massimo il mantenimento di una parte della struttura (richiesta avanzata proprio dal Comune prima che intervenisse il tema del vincolo), con destinazione d’uso differente. Tutto ciò constatando anche l’impossibilità di mantenere due strutture di questa dimensione l’una accanto all’altra.

Questa soluzione avrebbe risolto anche il problema di trovare una casa alle squadre in attesa del nuovo stadio: avrebbero continuato a giocare a San Siro in attesa della realizzazione de “La Cattedrale” (il nome del progetto scelto), cosa che non sarebbe fattibile se fosse proprio il Meazza oggetto di un completo restyling. I grandi interventi di questo tipo in tempi recenti hanno portato club come Real Madrid e Barcellona, per esempio, a dover traslocare dal Bernabeu e dal Camp Nou (i Blancos a Valdebebas, approfittando dell’assenza del pubblico a causa del Covid, e i blaugrana a Montjuic, con costi ulteriori e un taglio dei ricavi non indifferente).

Perché Inter e Milan finora hanno detto “no” al restyling

Se ciò non bastasse, non vanno dimenticate tutte le motivazioni che spinsero i club a declinare sin da subito l’ipotesi di una ristrutturazione di San Siro. Un’eventuale ristrutturazione – quella studiata all’epoca dai club per capire l’eventuale fattibilità – prevedeva la rimozione del terzo anello, la demolizione e ricostruzione del primo anello, oltre alla ristrutturazione completa del secondo anello (questo ancora prima che la sovrintendenza si esprimesse sul vincolo dal 2025).

Un percorso che secondo le società avrebbe portato la capienza definitiva dell’impianto a massimo 58mila posti, cifra che sarebbe potuta calare qualora si fosse deciso di optare per sedute più larghe. L’hospitality sarebbe passata invece a 6.500 posti, con una riduzione significativa dei ricavi previsti con il nuovo stadio in questo senso. Una miglioria limitata dalle strutture esistenti non avrebbe favorito inoltre la gestione dei flussi di entrata e uscita e – parlando ancora dei posti per i tifosi – la profondità sarebbe rimasta invariata per il secondo anello, mentre l’idea di portarla a una profondità di 80 cm si sarebbe potuta sviluppare solamente per il primo anello.

Un altro problema riguarda il microclima interno al Meazza. Attualmente, la struttura presente penalizza moltissimo l’illuminazione e i club sono costretti a investire una quantità importante di risorse per fare crescere l’erba. Anche qualora le società avessero optato per la rimozione del terzo anello, la circolazione di aria sarebbe stata comunque limitata e non paragonabile a quella di uno stadio completamente nuovo.

Da non dimenticare infine il capitolo dei costi. L’investimento sarebbe stato paragonabile a quello da 554 milioni di euro previsto all’epoca per il nuovo San Siro, con tutte le incertezze proprie degli interventi di ristrutturazione. I costi di manutenzione sarebbero stati intermedi tra quelli attuali e quelli con un nuovo impianto. Un’operazione del genere avrebbe inoltre avuto impatto sul futuro, con mancati ricavi per circa 115 milioni di euro a causa della capienza limitata con la quale Inter e Milan avrebbero dovuto fare i conti nei cinque anni di cantiere. Sarebbero stati infine colpiti anche i ricavi, in netta discesa rispetto agli 80 milioni annuali (compresi di biglietteria e ricavi incrementali) previsti con il nuovo stadio per ogni club, con una forte limitazione dovuta al minor numero di posti premium.