Superlega fusioni aziendali
Aleksander Ceferin e Andrea Agnelli (Photo by Paul Murphy - UEFA)

Un interessante articolo pubblicato oggi da Repubblica – Affari&Finanza, ha messo in evidenza come l’estate 2021 sia stata in economia quella del merger & acquisition, ovvero delle fusione e acquisizioni tra aziende.

Nel solo mese di agosto sono stati conclusi affari per 500 miliardi di dollari a livello mondiale, oltre il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e addirittura l’81% del 2019, ultima estate prima della pandemia.

Di questo passo, verrà con tutta probabilità superato il record di 4.300 miliardi di dollari stabilito nel 2007, non a caso l’anno della grande crisi finanziaria. Oltre ai “megadeal”, come la vendita al mercato di VMware da parte di Dell per 52 miliardi di dollari, o l’acquisto da parte di Microsoft di Nuance per 16 miliardi, ad alimentare le statistiche sono anche i piccoli e medi affari

Il fatto che questo avvenga in un momento di incertezza sanitaria non stupisce: il denaro, infatti, costa zero, ed è una condizione che va avanti da tempo e proseguirà ancora. Inoltre, molte aziende sono molto più preparate e strutturate rispetto al 2008. I principali protagonisti di questo mercato, secondo PwC, sono i fondi di private equity, ormai noti al mondo del calcio per via dell’ingresso nella Liga e nel tentativo di ingresso nella Serie A. Tali fondi hanno chiuso il 38% delle operazioni globali nei primi sei mesi di quest’anno, corrispondenti tuttavia al 46% del valore.

Non stupisce soprattutto che proprio il 2021 possa essere l’anno del nuovo record risalente al 2007. Sono due anni infatti segnati da pesanti crisi economiche: la prima per le conseguenze del Covid, la seconda per il tracollo finanziario dei mutui negli Stati Uniti.

Le fusioni e le acquisizioni (il cosiddetto merger&acquisition) infatti sono uno strumento tipico dei tempi di crisi: le aziende in difficoltà vengono acquistate a buoni prezzi dalle società che invece avevano le spalle larghe per resistere alla crisi e questo aumenta il numero di operazioni.

Secondo molti economisti inoltre è un è un processo naturale del capitalismo che proprio nei periodi di crisi si ristruttura e procede a una selezione naturale che nei fatti irrobustisce il sistema.

Nell’epoca dello sport&business questo dato offre uno spunto interessante. L’m&a infatti è un’arma che l’industria nel calcio non ha a disposizione, pur avendo subito i morsi della crisi mondiale nella stessa misura o forse di più di altri settori.

Per fondere due club infatti non è sufficiente che si mettano d’accordo i rispettivi proprietari ma devono anche acconsentire le migliaia di tifosi di queste squadre. Perché per restare in termini finanziari nel calcio gli stakeholders (ovvero i portatori di interesse in generale e quindi azionisti, autorità cittadine ma soprattutto i tifosi) contano come gli  shareholders (ovvero gli azionisti in senso stretto) per quel che concerne il futuro di una società sportiva. Non solo per il lascito sentimentale, ma anche perché quando i proprietari passano i tifosi restano sempre a fianco della squadra.

Non a caso per restare in Italia l’ultima fusione di una certa importanza è quella tra Venezia e Mestre nel 1987. E prima bisogna risalire al 1946 per vedere nascere la Sampdoria dalla aggregazione di Andrea Doria e Sampierdarenese.

Insomma come gli altri settori il calcio mondiale soffre gli effetti della crisi, ma se gli altri settori si possono irrobustire tramite l’M&A, il calcio non ha questa arma nei fatti. E di qui discende una ancora maggiore responsabilità per i dirigenti del movimento a livello mondiale per trovare una soluzione a un modello di business che non regge più.

Perché se è vero che la Superlega è stato un tentativo goffo e malsano di trovare una soluzione ai problemi finanziari delle grandi società, è altrettanto vero che ha avuto il merito di svelare una grande verità: ovvero quanto stiano male i grossi club in termini economici. Un malessere talmente pesante da farsi screditare anche dinnanzi ai propri tifosi.

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