La Premier conferma la sua opposizione alla Superlega (copyright: Richard Heathcote/via Onefootball)

La stagione numero 30 della Premier League è cominciata. Dopo la delusione degli Europei con la sconfitta in finale contro l’Italia, il calcio inglese si rimette in moto per quella che è l’annata della ripartenza post-Covid, considerando la riapertura totale degli impianti d’oltremanica. E una stagione che permetterà al campionato di tagliare un traguardo rilevante.

La Premier League come la conosciamo oggi è nata infatti ufficialmente il 20 febbraio del 1992: se il prossimo 20 febbraio si celebreranno i 30 anni esatti, la stagione 21/22 è invece la 30esima da quando il nuovo campionato ha visto la luce, con la diaspora dalla Football Association (la federcalcio inglese) che portò alla creazione della Football Association Premier League Limited.

Dopo le difficoltà del periodo degli hooligans, con la squalifica di 5 anni dopo la tragedia dell’Heysel, pubblico allo stadio a picco e i giocatori top in fuga, la spinta dei possibili ricavi dai diritti tv portò i club a scegliere la strada della separazione dalla FA: una scelta che pagò, in termini economici e non solo. Anche perché proprio il caos legato agli hooligans portò a una stretta sugli stadi, con necessità di investimenti per oltre 250 milioni per rispondere alle richieste del Governo inglese.

Quasi 30 anni dopo, la Premier League oggi è diventato il campionato più ricco e seguito al mondo, oltre ad essere probabilmente il più competitivo a livello europeo: non a caso, seppur magari non ci siano i giocatori più noti sul panorama mondiale (Messi, Neymar, Mbappè o Cristiano Ronaldo), nelle ultime tre stagioni sono state due le finali di Champions League tutte inglesi, con Liverpool-Tottenham nel 2018/19 e Chelsea-Manchester City nell’ultima edizione.

In mezzo, in queste 30 stagioni c’è stata una crescita costante e sempre più rilevante a livello economico. Basti pensare che i ricavi aggregati nel 1992/93 dei club (come riportato da Sportingintelligence) erano pari a 205 milioni di sterline: nel 2020/21 la cifra è stata pari a 5,12 miliardi di sterline, con una crescita del 2500%. Considerando i bilanci della sola Premier League in quanto società, la lega è passata dai 45 milioni di ricavi del 1992/93 a 2,8 miliardi nel 2019/20 (ultimi dati disponibili), con una crescita di oltre il 6000%.

Aumento spinto in particolar modo dai diritti tv: nella prima stagione della Premier League, infatti, i club si divisero una fetta da complessivi 35 milioni di sterline, contro i 2,6 miliardi del campionato 2020/21. Per un confronto, il Manchester United è stata la squadra che ha incassato di più dai diritti tv nel 1992/93, con 2,4 milioni di sterline: nel 2020/21, il Manchester City ha ricevuto 154 milioni.

Un impatto importante anche sul tema degli stipendi ai giocatori, con investimenti esplosi negli ultimi anni: i costi del personale sono cresciuti anche più velocemente degli stipendi, passando da 97 milioni di sterline nel 1992/93 a 3,35 miliardi di sterline nel 2020/21, con un aumento del 3.500%. Eppure, il rapporto stipendi/ricavi solo in tre stagioni è stato a livello aggregato superiore al 70%, tetto riconosciuto come limite da non oltrepassare: nel 2010/11 (70%), nel 2012/13 (71%) e nel 2019/20 (73%). E non si tratta solo dell’inflazione rispetto al valore della sterlina ad inizio anni ’90: la crescita è stata costante e, non a caso, anche oggi nel periodo che sembra essere quello della post-pandemia, solo le squadre inglesi riescono ad investire ancora cifre importanti sul calciomercato (con la sola eccezione del PSG tra i club non di Premier League).

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