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Il procuratore Mino Raiola (Foto Filippo Alfero/Insidefoto)

Nessuna condotta diffamatoria. È questo il motivo per cui, come spiega Libero, è stata rigettata una causa per diffamazione da parte di Paola Ferrari, giornalista della Rai, nei confronti di Mino Raiola.

Lo scontro tra i due risale all’estate 2017, quando il procuratore era in trattativa con il Milan per il rinnovo del contratto di Gianluigi Donnarumma. La Ferrari, su Twitter, aveva scritto: «Donnarumma non dovrebbe indossare la maglia della Nazionale per un anno. Codice Etico? Quale peggior esempio di chi tradisce per i soldi? Chi indossa la maglia della Nazionale deve essere un esempio per i giovani e lui non lo è più».

Tweet a cui Raiola aveva replicato due giorni dopo, durante una conferenza stampa. «Ho sentito una giornalista importante della Rai dire che Gigi dovrebbe essere tolto dalla Nazionale per un codice etico, perché si è venduto per soldi, una signora che ha sposato una persona che gestisce uno dei fondi… hedge fund più grandi del mondo», con riferimento a Marco De Benedetti, marito della Ferrari, imprenditore e corresponsabile del fondo di investimenti Carlyle. Un uomo che, per Raiola, «si sveglia la mattina e pensa ai soldi, va a letto e pensa ai soldi».

E, a proposito di soldi, dopo il lancio di banconote false a Donnarumma durante una gara dell’Italia under 21, la Ferrari aveva aggiunto: «Che tristezza i dollari lanciati. Ma era prevedibile». Parole che hanno scatenato la reazione di Raiola: «È inutile che noi discutiamo di terrorismo e poi non prendiamo distanza di certe cose che ci capitano sotto casa». Da qui l’attacco finale: «Perciò io mi incazzo con quella Paola. Porca puttana, come cazzo ti permetti di dire codice etico. Tu? Codigo Etico? Ma vattene a fare in culo tu e tutto Carlyle».

Parole per cui, spiega Libero, la Ferrari aveva querelato Raiola. Secondo la giornalista, le frasi erano «chiaramente diffamatorie» in quanto egli «aveva affermato che la giornalista si sarebbe venduta e sposata per soldi, che bisognerebbe prendere le distanze dalle sue parole analogamente a come si prendono le distanze dal terrorismo e che se ne dovrebbe andare a quel paese»; e ravvisando «un danno grave» alla propria reputazione, per il quale chiedeva un risarcimento di 5 milioni di euro da destinare alla Fondazione Stefano Borgonovo per la ricerca sulla Sla.

Tuttavia, prosegue Libero, il giudice Valeria Chirico, ha «rigettato» la domanda risarcitoria della Ferrari, non reputando «le dichiarazioni in questione una condotta diffamatoria». Nelle motivazioni, secondo il giudice le affermazioni di Raiola rientrano nel diritto di critica che «può essere esercitato utilizzando espressioni anche lesive della reputazione altrui, purché siano collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato (…) e non si risolvano in un’aggressione gratuita».

Per quanto riguarda, invece, il parallelo tra Donnarumma e la giornalista coniugata con un ricco imprenditore, non si tratterebbe di un accostamento offensivo, ma un modo legittimo di evidenziare che il marito della giornalista e Raiola perseguono il «medesimo obiettivo», e cioè la «massimizzazione dei profitti».

Infine, per gli insulti, «”ma vattene a fare in culo” non costituisce condotta idonea a ledere la reputazione», ma rientra tra quelle «espressioni che, pur volgari, nel contesto di un generale fenomeno di impoverimento del linguaggio edel costume, sono diventate di uso comune», assumendo altri significati: «”vaffanculo” viene impiegata nel senso di “non infastidirmi”, “lasciami in pace”» cosicché il Vaffa di Raiola sarebbe servito solo «a porre fine alla querelle, sia pur con maleducata insofferenza».

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