EURO 2020 stadi
Wembley Stadium (Foto: Mike Egerton, via Onefootball)

Analisi a cura di arch. LUCA FILIDEI

(Master PCGdIS)

L’ormai prossimo Europeo, la cui partita inaugurale, Italia-Turchia, si terrà l’11 giugno all’Olimpico di Roma, può rappresentare un importante spunto per riflettere riguardo i notevoli cambiamenti che hanno interessato la progettazione degli impianti sportivi.

Concentrando l’attenzione su un range temporale di 25 anni si possono individuare le principali caratteristiche che hanno definito le ultime edizioni, sottolineando, proprio attraverso gli stadi, ciò che più ha condotto verso quella concezione innovativa che corrisponde all’ultima generazione di infrastrutture sportive.

L’idea di cominciare con Inghilterra ’96 è senz’altro dovuta all’inversione di tendenza espressa dalla nazione ospitante. L’organizzazione del Campionato Europeo di calcio ha del resto costituito una chiara risposta alle tangibili problematiche che avevano portato alla definizione del Taylor Report pubblicato nel gennaio 1990, ormai assolutamente necessario in seguito alla drammatica tragedia di Hillsborough nel 1989, in cui persero la vita 96 persone.

Storici impianti come il Wembley Stadium (Londra, 1923), l’Old Trafford (Manchester, 1910), l’Anfield (Liverpool, 1884) e proprio l’Hillsborough Stadium (Owlerton, 1899) diventano protagonisti di importanti rinnovamenti, principalmente incentrati su un incremento della sicurezza.

I punti espressi da Lord Peter Taylor, giudice della Court of Appeal of England and Wales, tra cui la trasformazione degli stadi inglesi in impianti allseater, abolendo così le celebri terraces, e un maggiore controllo dei flussi degli spettatori, promuovono l’avvicinamento al concetto di cliente che tanto contraddistingue le moderne infrastrutture sportive.

Del Campionato Europeo di calcio 2000 tenuto in Olanda e Belgio, invece, resta la nuova immagine soprattutto del primo Paese ospitante, capace di utilizzare il crescente effetto mediatico per trasmettere una moderna vision nel campo degli stadi. Congiuntamente a rilevanti ristrutturazioni, come la copertura dell’iconico De Kuip (Rotterdam, 1937), vengono inaugurati anche due impianti potenzialmente rivoluzionari.

Lo stadio de Kuip (Foto Imago Images, via Onefootball)

Il GelreDome (Arnhem, 1998) costituisce addirittura il primo caso di stadio dotato di un campo spostabile, qui accostato anche a una copertura retrattile. La stessa che è presente nella Johan Cruijff ArenA (Amsterdam, 1996, precedentemente denominata Amsterdam ArenA), modello di impianto polifunzionale in grado di definirsi tale persino nella contemporaneità.

Oltre all’estremo funzionalismo, questo stadio può essere considerato uno dei primi in grado di promuovere una marcata rigenerazione urbana, diventando il polo di un distretto ora arricchito dall’ArenA Boulevard e da numerosi altri edifici come lo Ziggo Dome (2012). Inoltre, la particolare conformazione dell’arena, ha consentito la collocazione, al di sotto dello stadio, di vasti parcheggi in grado di renderla un efficace nodo di interscambio, soprattutto nei confronti della vicina stazione ferroviaria.

Una straordinaria innovazione tentata anche dai portoghesi nel 2004, preparandosi al Campionato Europeo di calcio attraverso la costruzione ex novo di 9 stadi su 10. Nonostante alcune criticità, espresse nella delicata fase post-evento, come il caso dell’Estádio Dr. Magalhaes Pessoa (Leiria, 2003), il Portogallo ha comunque definito un’apprezzabile riattualizzazione di materiali e tecniche costruttive locali, esemplificate dalle azulejos che arricchiscono alcuni spazi dell’Estádio do Dragao (Porto, 2003), teatro della finale di Champions League 2021 tra Manchester City F.C. e Chelsea F.C.

Ma l’edizione 2004, pur interessante per l’enfatizzazione dell’aspetto mediatico, ormai sempre più crescente, rappresenta anche lo scenario di uno stadio d’autore come l’Estádio Municipal de Braga (Braga, 2003). Capace di ospitare 30.286 spettatori, l’impianto, caratterizzato dall’assenza delle classiche curve, stabilisce una marcata interazione con l’ambiente naturale, rapportandosi con la scoscesa parete sul lato sud-est attraverso la classica raffinatezza stilistica dell’architetto Eduardo Souto de Moura.

Come precedentemente scritto, Portogallo 2004 ricorda però anche le gravose problematiche a livello economico e sociale di una progettazione che non ha perfettamente considerato il tema del “dopo Europeo”. Il già citato Estádio Dr. Magalhaes Pessoa, pur dotato di 5.478 posti removibili, capaci di ridurre la capienza a circa 23.000 spettatori, ha fin da subito evidenziato diverse problematiche di gestione, con un’affluenza media, nella stagione 2004/2005, di soli 5.050 persone.

Una criticità che, l’organizzazione del Campionato Europeo di calcio di Austria e Svizzera, ha tentato di evitare anche attraverso un approccio autoriale. In questo caso, una delle architetture simbolo di Euro 2008 può certamente coincidere con il St. Jakob-Park (2001, Basilea), opera dello studio Herzog & de Meuron, progettisti, sempre in collaborazione con Arup, dell’Allianz Arena (Monaco di Baviera, 2005) e del Beijing National Stadium (Pechino, 2008).

Inaugurato 7 anni prima del grande evento, lo stadio si integra efficacemente nel quartiere grazie alla sua particolare morfologia. Il catino, trattato con un design iconico sul lato nord (prospicente alla linea ferroviaria e alla A3), a sud si aggrega invece ad un volume dallo stile prettamente urbano, capace di contenere svariati servizi tra cui un grande shopping center e una residenza sanitaria. Con tale logica, in grado di lanciare un trend che ha portato alla realizzazione di impianti simili soprattutto in Svizzera, Euro 2008 ha sottolineato una nuova considerazione delle infrastrutture sportive, ormai ritenute ideali per ricucire parti di città.

Allo stesso tempo, le già citate problematiche accorse in alcuni stadi del Portogallo, soprattutto nel campo della gestione post-Europeo, hanno promosso un’analisi ex ante di quello che sarebbe avvenuto in seguito: una previsione che ha condotto all’incremento delle funzioni all’interno degli impianti e al perfezionamento, in alcuni casi, di una parziale smontabilità, come avvenuto per il Letzigrund (Zurigo, 2007).

Temi affrontati più marginalmente da Ucraina e Polonia quattro anni più tardi, comunque ambiziose nel trasmettere la grande modernità delle proprie infrastrutture sportive. Impianti come il National Stadium Warsaw (2012, Varsavia) comunicano del resto la volontà di realizzare stadi decisamente iconici, non solo per la collocazione spesso peri-urbana, ma anche per il design e la tecnologia costruttiva, qui estremizzata nel concetto di struttura separata tra involucro-copertura e spalti.

National Stadium Warsaw (Foto: Mary Evans Allstar Richard Sellers, via Onefootball)

Fibre di vetro e Teflon caratterizzano proprio la copertura retrattile a velarium dello stadio sopracitato, interessante anche per la ventilazione passiva permessa dall’involucro. Tuttavia, Euro 2012 resta particolare anche per il rapporto con la storia, espresso per esempio dall’Olympic Stadium Kyiv (Kiev, 1923). In questo caso, il dato relativo all’anno di inaugurazione risulta fuorviante, poiché il progetto di rinnovamento del principale impianto di Kiev, dopo la ristrutturazione conclusa nel 2011, riconfigura quasi totalmente il precedente stadio, conservando comunque specifiche caratteristiche come il profilo di alcune tribune.

Una scelta, per certi aspetti simile a quella della recentissima Puskás Aréna (Budapest, 2019), in grado di sottolineare l’ormai assoluta necessità di infrastrutture moderne, nonostante una logica decisamente differente rispetto a quella di Euro 2008. Strade diverse poi confermate anche nel Campionato Europeo di calcio 2016, secondo grande evento francese dopo il Mondiale ’98.

In questo caso è importante notare il perfetto utilizzo di una competizione così seguita, non finalizzato esclusivamente all’organizzazione delle 51 partite, ma soprattutto alla crescita di un movimento come la Ligue 1. Alla ristrutturazione di storici impianti come l’Orange Vélodrome (Marsiglia, 1937) e il Parc des Princes (Parigi, 1972), viene accompagnata la costruzione di nuovi stadi; tra questi l’Allianz Riviera (Nizza, 2013), il Groupama Stadium (Lione, 2016), il Matmut Atlantique (Bordeaux, 2015) e lo Stade Pierre Mauroy (Lille, 2012). Quest’ultimo, casa dei vincitori della Ligue 1 2021, definisce un nuovo polo della città, diventando il centro di un superluogo caratterizzato da shopping mall, ristoranti, hotel e un golf club.

La particolare flessibilità del suo layout interno (è dotato di un campo parzialmente spostabile e di una copertura retrattile) consentono infatti l’organizzazione di svariati eventi, riducendo la dipendenza economica dai matches del Lille. Allo stesso tempo, l’utilizzo dello Stade de France (Saint-Denis, 1998), costruito con la finalità di riqualificare un’area, ha posto nuovamente l’attenzione sul ruolo e la responsabilità delle infrastrutture sportive, chiamate a rigenerare zone degradate proprio per via delle loro particolari caratteristiche.

Un importante cambio di tendenza che potrà essere sottolineato anche da Euro 2020, per la prima volta itinerante in diversi Paesi europei. Un evento che riunisce impianti storici come Hampden Park (Glasgow, 1903), rivoluzionari come la Johan Cruijff Arena (Amsterdam, 1996) e straordinariamente moderni come il Saint Petersburg Stadium (San Pietroburgo, 2017), utilizzando un palcoscenico così seguito per comunicare alcuni dei più interessanti trend contemporanei.

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