L'unione fa la forza: il Cagliari salvo anche grazie a GEK Lab (copyright: Alessandro Tocco/via Onefootball)

La stagione 2020/21 del Cagliari Calcio è stata tutt’altro che tranquilla. La sconfitta contro il Torino del 19 febbraio 2021 sembrava condannare i rossoblù all’incubo della retrocessione, nonostante il valore della rosa lasciasse presuppore un piazzamento tutt’altro risultato a inizio campionato.

Tuttavia, qualcosa è cambiato. A partire dal cambio di allenatore, con l’arrivo di Leonardo Semplici in panchina. Inoltre, il 10 marzo, il Cagliari ufficializza una collaborazione con GEK Lab, azienda attiva nel campo della diagnostica e della medicina personalizzata. Un cambiamento tecnico ma anche di strategia generale, visto che da quel momento in poi la stagione dei sardi è letteralmente svoltata con la salvezza conquistata addirittura con un turno d’anticipo.

Ma cos’è GEK Lab? Si tratta di un’azienda con oltre otto anni di investimenti nella ricerca e nello sviluppo di prodotti relativi allo studio alla diagnosi dell’infiammazione, in tutte le sue espressioni e del rapporto con l’alimentazione. “Misurare è meglio che supporre”, recita il motto dell’azienda: leggere e misurare le condizioni fisiche degli atleti attraverso dei biomarcatori dell’infiammazione da cibo e da zuccheri, in un contesto in cui su basi logiche e scientifiche si possa valutare la personalizzazione nutrizionale di ogni atleta.

Un tema che Calcio e Finanza ha potuto analizzare insieme al professor Attilio Speciani, Direttore Sanitario di GEK Lab, e Marcello Granata, Vice-President of Products, che hanno parlato della collaborazione con il Cagliari, oltre che dell’esperienza sportiva del laboratorio e dell’importanza del lavoro sul singolo in campo nutrizionale.

Come si può spiegare il successo della collaborazione tra GEK Lab e il Cagliari?

“Non è la ricchezza, ma la varietà del menù ad essere cambiata. Noi siamo convinti che la scelta alimentare di un qualsiasi atleta non possa essere standardizzata: non può esistere un modello unico valido per tutti. Bisogna passare da ‘cosa mangiare in genere’ a ‘cosa è meglio mangiare in quel momento a seconda dell’infiammazione’. Nessun cibo viene mai eliminato del tutto, la varietà è la parte integrante. L’importante è capire qual sia il tuo bisogno e la tua varietà, attraverso una dieta di rotazione che ribilancia i consumi alimentari, diminuendo l’infiammazione e, di conseguenza, gli infortuni non-traumatici, aumentando le performance degli atleti”.

L’approccio lavora comunque sui singoli giocatori, con uno squadro sull’intero gruppo squadra: “Da un lato c’è il singolo, giocatori e nutrizionisti, dall’altro c’è una valutazione più ampia. Quest’ultima ha consentito di riconoscere che, globalmente, la squadra presentava alcuni elementi alimentari che era meglio modificare, come la disponibilità di certi alimenti, e si è entrati in un contesto di varietà”.

La parte più importante di questo progetto con i rossoblù è stata sicuramente la “freschezza” dei giocatori: “4 dei 7 risultati utili che hanno permesso al Cagliari di salvarsi sono arrivati negli ultimi 15 minuti di gioco, dove mediamente esiste una tematica di caduta. La collaborazione ha ottenuto grandi risultati in termini di riduzione degli infortuni e di capacità di recupero dallo sforzo, in un calendario ricchissimo di impegni come quello di quest’anno”.

Ma oltre alla valorizzazione con il risultato, vi sono anche aspetti economici importanti: “C’è un discorso di impatto economico su tutta la società, e l’esempio del Cagliari è abbastanza illuminante. Per il calciatore e lo sportivo, una collaborazione di questo tipo è un investimento sulla propria persona e carriera. È importante anche dal punto di vista della società sfruttare al meglio il proprio capitale: un calciatore che si infortuna rappresenta una perdita immediata anche dal punto di vista ma anche potenzialmente una perdita legata alla potenziale perdita di valore sul mercato. Di conseguenza la collaborazione con noi sembra essere proficua anche da questo punto di vista ”.

Dopo quanto tempo si sono cominciati a vedere gli effetti del vostro lavoro con il Cagliari?

“Noi vediamo i risultati già nel giro di due/tre settimane dall’inizio dell’effettuazione dei test PerMè. Inizialmente abbiamo lavorato con un giocatore influente nella squadra, che nel giro di poco tempo ha convinto fino a 17 giocatori a effettuare i test”.

L’efficacia della collaborazione è stata comunque facilitata dall’ambiente che GEK Lab ha trovato in Sardegna: “Entrare in ambito nutrizionale di una squadra non è sempre facile, ma con il Cagliari abbiamo trovato un’importante situazione di armonia, dal Presidente a tutto il team medico. I risultati sono stati evidenti grazie alla valutazione dei dati: chi prima si infortunava non si è più infortunato, chi arrivava stanco a fine partita dopo il lavoro con noi aveva ancora voglia di correre. Questo è l’effetto della personalizzazione”.

Giocatori del Cagliari esultano dopo un gol contro la Roma (copyright: Alessandro Tocco/via Onefootball)

In ogni caso, la collaborazione con il Cagliari giunge in seguito ad altre esperienze nel mondo del calcio, anche all’estero. Da quanti anni è che GEK Lab lavora nel mondo del calcio?

“Direi quattro o cinque anni, anche con singoli giocatori, con tecniche diverse ma sempre lavorando sulle infiammazioni utilizzando i biomarcatori. Alcune squadre all’estero ci contattavano perché certi giocatori erano soggetti a diversi infortuni. L’esempio di un ex capitano di una squadra inglese è lampante: nell’anno e mezzo in cui ha seguito in maniera corretta le indicazioni nutrizionali da noi fornite, ha avuto soltanto infortuni traumatici e post-traumatici, non più muscolari come gli accadeva con grande frequenza. Per i calciatori il problema principale sono gli infortuni non-traumatici (le famose pubalgie di Platini, le contratture del femorale, bicipitali, i crampi a metà partita, che rendono conto della fatica)”.

L’esperienza di GEK Lab, in ogni caso, non si ferma di certo al solo universo calcistico: “Nel mondo dello sport in generale siamo attivi da più tempo, avendo seguito per esempio giocatori di basket, come Andrea Bargnani. Ma uno dei più interessanti esempi è Fabrizio Schembri, testimonial del nostro lavoro. Campione italiano di salto triplo, dopo 6 o 7 anni di assenza, a 36 anni ha voluto rientrare nel mondo dell’atletica. Risultato: campione italiano (di nuovo) e qualificazione per gli Europei. Ma quello che lui riconosceva, con un cambio di alimentazione come questo, era il non avere più dolori che invece aveva in situazioni analoghe quando era più giovane”.

Avete lavorato con molti sport o con molti atleti. Ritenete che questo tipo di consulenza possa avere un futuro negli sport di squadra, oppure rimarrà più collegata a sport individuali?

“Entrambi. Noi lavoriamo sul singolo atleta a livello di misurazione, e sull’intera squadra a livello di abitudine. Ci sono delle abitudini che sono buone o sbagliate, e i benefici ci sono sia in un caso che nell’altro. È chiaro che nel lavoro di squadra la parte atletica emerge in maniera evidente: in sport come il calcio, che a livello muscolare è altamente traumatico, la riduzione degli infortuni e la maggiore resistenza allo sforzo sono fondamentali. Va al di là del discorso sport di squadra o sport individuale: crediamo che gli atleti a qualsiasi livello possano trarre grandi benefici seguendoci. Anche quando abbiamo seguito squadre più piccole, quello che riscontravamo era che la maggior parte dei propri gol erano segnati negli ultimi minuti. Si tratta di una prova evidente dell’efficacia del nostro intervento, insieme alla riduzione degli infortuni. In un lavoro di squadra, mettiamo a disposizione del mister e di chi lavora sul piano della strategia persone che possano lavorare col massimo dell’efficienza”.

C’è uno sport in cui il vostro lavoro può essere più efficace rispetto ad altri?

“Per semplificare, direi gli sport in cui la componente atletica è preponderante rispetto a quella tecnica, in cui vi è l’impatto più evidente. Nel curling sarebbe ridotto… Anche se stiamo portando avanti studi sul sovraccarico lavorativo individuale, anche dal punto di vista mentale. Una cosa che spieghiamo è che negli ultimi 30 minuti, se sei in affaticamento, i cartellini rossi fioccano, le reazioni sono esasperate, ma questo vale anche a livello aziendale per i manager. Persone che hanno un’attività di tipo dirigenziale, di tipo intellettivo importante, possono avere dei benefici percepibili dalla collaborazione con noi. Lo vediamo nei risultati dei nostri lavori di welfare aziendale. Magari nel curling non otteniamo un beneficio in termini di chi tira più lontano o più preciso, ma si possono avere benefici a livello mentale e di concentrazione su una serie di partite. Però sicuramente l’aspetto fisico è importante”.

Concludiamo con una domanda sulla nutrizione. C’è qualche contro indicazione per quanto riguarda i calciatori vegani?

“Nei calciatori vegetariani non c’è alcun tipo di problema. Il tema che a volte tocca i calciatori vegani è la ripetizione sistematica di alcuni alimenti. Ogni caso è una storia sé, che va indagata e capita. Per principio non abbiamo controindicazioni, ogni atleta sente il suo muscolo. Il vegano può trovare risorse proteiche dal riso o dai legumi. Il veganesimo non è un problema per i calciatori, quando si ragiona per categorie è un errore. Ogni individuo, che sia vegano, onnivoro o vegetariano, ha degli alimenti che gli danno fastidio, allora si cercano tutti gli espedienti possibili per regolarizzare rispetto alle proprie credenze o fede religiosa. La scelta individuale è l’elemento cardinale: noi cerchiamo di contrastare il trend per cui tutta la squadra deve fare A-B-C. Non è così, il singolo è fondamentale. Senza mai, ripeto, togliere nulla all’alimentazione”.

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