Aleksander Ceferin (Photo: Peter Schatz via Onefootball)
Aleksander Ceferin (Photo: Peter Schatz via Onefootball)

Il piano della Superlega si è sciolto come neve al sole dopo nemmeno 48 ore il primo comunicato dei club partecipanti arrivato nella notte tra domenica e lunedì.

Dodici tra le società più importanti d’Europa con eserciti di avvocati ai propri fianchi e con proprietà che spaziano da Exor a Suning, dal fondo Elliott ai più importanti gruppi finanziari statunitensi; non solo, un gigante del settore bancario mondiale come JpMorgan Chase e uno studio legale superblasonato come Clifford Chance (sede di Madrid) hanno inscenato un sorta di golpe nei confronti dei vertici del pallone mondiale che nei fatti è durato poco più di quello tentato orami decenni orsono da un gruppo di agricoltori veneti che a bordo del famoso “tanko” (un furgone adibito a carro armato maccheronico) erano arrivati a Piazza San Marco a Venezia salendo sul campanile della Basilica in preda a nostalgie verso la Repubblica Serenissima.

Come è stato possibile? Ingenuità, arroganza, sottovalutazione del pandemonio politico che si sarebbe scatenato o scarsa preparazione mediatica. Molti osservatori hanno infatti fatto notare come il progetto Superlega sarebbe stato digerito meglio dai tifosi se fosse stato preceduto da una narrazione mediatica volta a spiegare ai supporter che le ripetute richieste in tema di riforme dei club (schiantati dalla pandemia) erano sempre state respinte dalla Uefa.

Invece si è preferito un comunicato nottetempo, ai più suonato come un vero colpo di Stato nei confronti dell’establishment del pallone.

L’Uefa ha sventato il golpe ancorandosi al no del Bayern Monaco, l’esempio più fulgido di mix tra risultati sportivi e finanziari, ma come spiegato da Calcio e Finanza, in un precedente editoriale anche la società cui meglio si attaglia il formato della Champions League. E probabilmente anche quello appena varato sul modello svizzero.

Soprattutto però la svolta è arrivata dall’Inghilterra. Sei tra i 12 club erano di Premier League ed è evidente che senza le società di Sua Maestà la Super lega non poteva proseguire.

Più che l’indignazione popolare, per quanto molto importante, però ha potuto la politica. Se è vero che sui social si è scatenata la bufera e se è vero anche che ci sono state della manifestazione di piazza, è altrettanto vero che numericamente non sono state certo paragonabili per esempio alle maree umane che accompagnano il pullman del Liverpool fuori da Anfield Road quando i Reds arrivano allo stadio prima di un match importante (nel Regno Unito le limitazioni legate al Covid si sono molto allentate).

Invece è stato l’intervento deciso del primo ministro britannico Boris Johnson a far deragliare tutto (Macron e Draghi sono intervenuti dopo). Forse perché sa benissimo che l’attuale Premier League, il campionato nazionale più ricco al mondo, garantisce entrate significative all’erario di Sua Maestà.

Oggi il Times scrive che l’ambasciatore britannico negli Emirati ha fatto pressioni perché il Manchester City (di proprietà degli sceicchi di Abu Dhabi) abbandonasse la Super Lega. E il Financial Times nella sua prestigiosa pagina Lex spiega come per il governo sia stato facile come segnare “in gol a porta libera” cavalcare l’indignazione popolare. Spostando anche l’attenzione dai problemi legati alla pandemia.

Infine, come spiegano a Calcio e Finanza fonti londinesi, non vanno nemmeno sottovalutate le parole del principe William, dettosi non favorevole alla Super Lega. Chi conosce l’Inghilterra sa benissimo quanto sia importante la moral suasion di Buckingham Palace verso molta della popolazione britannica e certamente le parole di un membro molto amato dei Windsor hanno significativamente aiutato l’entrata molto decisa sul tema di Johnson.

I principali sconfitti sono soprattutto il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, e quello della Juventus, Andrea Agnelli, non foss’altro perché sarebbero stati rispettivamente presidente e vicepresidente della Superlega.

L’immarcescibile uomo d’affari spagnolo – che in Italia sta ora giocando anche l’importante partita su Autostrade – ha però un asso nella manica: è stato appena rieletto presidente dei Blancos e sino al 2025 potrà guidare la società calcistica più importante del mondo. In Spagna, per altro, si sussurra che il suo più grande sogno al momento sia che il suo Real vinca la 14esima Coppa Campioni quest’anno alzando il trofeo dinnanzi a Ceferin in quel di Istanbul.

Andrea Agnelli è forse quello che ha rischiato di più. Era il presidente dell’Eca e il suo trattare di nascosto per la Superlega è stato poco digerito dai tifosi di tutta Europa. La Juventus in termini di immagine non ne esce benissimo (giusto per usare un eufemismo) tanto che secondo alcuni all’estero si è giocata molto di quel patrimonio di immagine che si era costruita recentemente grazie allo splendido decennio vissuto nell’era Agnelli.

Qualcuno sostiene inoltre che John Elkann, il maggior azionista nonché presidente di Exor (la holding della famiglia Agnelli-Elkann che controlla la Juventus), potrebbe essere infastidito al punto da pensare di sostituire il cugino Andrea al vertice del club bianconero con l’altro cugino Alessandro Nasi (presidente di Comau) che ne prenderebbe il posto.

Altri vedono in Evelina Christillin una possibile candidata. Figura storicamente vicina all’avvocato Giovanni Agnelli (nonno di Elkann), la manager torinese è ora membro di nomina Uefa nel consiglio della Fifa e chi potrebbe svolgere meglio di lei la funzione di “pontiere” per far tornare la società bianconere nelle grazie della federazione europea.

Le vie del calcio sono infinte. Certamente però Elkann ha un problema più immediato da risolvere, ovvero quello di trovare un amministratore delegato per Ferrari, società importantissima per i bilanci di Exor, visto che nei libri di Maranello i conti si fanno in miliardi e non in milioni come su quelli della Juventus. Nell’ultima lettera agli azionisti Exor (del primo aprile) Elkann ha spiegato come la holding stia cercando per Ferrari “un manager dalle spiccate qualità tecnologiche”. Nei fatti tagliando fuori qualsiasi parente che ambisse a quel posto.

Soprattutto però non va dimenticato che il ramo “Eredi di Umberto Agnelli” (di cui Andrea è l’alfiere) è il secondo azionista, dopo la Dicembre di John Elkann, della Giovanni Agnelli Bv, la cassaforte di famiglia che controlla Exor (e di qui tutto l’impero industriale della dinastia). Mentre Nasi è il portabandiera del terzo maggiore azionista (appunto il ramo Nasi).

Pertanto quando si dice “la Famiglia Agnelli” non va dimenticato che Andrea Agnelli è parte integrante e molto importante della dinastia. Quindi se dovesse andare via dalla Juventus, dovrebbe esserci una sorta di intesa tra i vari rami, posto sempre che Elkann è il vero proprietario.

Agnelli infatti siede sia nel board di Exor e recentemente è stato nominato quello di Stellantis, dove per altro fa parte di vari comitati di gestione. Incarichi, che secondo quanto riferito a Calcio e Finanza da eminenti figure del mondo finanziario, hanno reso Agnelli particolarmente soddisfatto.

Insomma difficile che qualcosa di importantissimo capiti nell’immediato.

Nel caso dovesse succedere attenzione a Beppe Marotta. L’amministratore delegato dell’Inter, quando lavorava alla Juventus, è sempre stato l’uomo di fiducia di Elkann all’interno del club bianconero.

Più defilate le posizioni di Inter e Milan. Detto questo le due società milanesi non possono chiamarsi fuori dal flop. Tanto più che come ha svelato ieri Calcio e Finanza non più tardi della stessa giornata di ieri l’amministratore delegato rossonero Ivan Gazidis aveva inviato una lettera agli sponsor per illustrare i benefici della Superlega.

L’Inter ha fatto trapelare una sorta di distinzione di ruoli tra la proprietà che tramava per la Super Lega e la dirigenza che ne era all’oscuro. Anche se poi Marotta ha ammesso che qualcosa sapevano. Verità o mossa per salvare il salvabile, leggi ruolo di consigliere federale dello stesso Marotta?

Scena simile anche al Milan dove Paolo Maldini si è scusato nei confronti dei tifosi (non solo del Milan) dicendo però di essere all’oscuro delle trattative condotte da Gazidis. Anche qui: mossa aziendale concordata per tenere ovattata la squadra impegnata nella delicata corsa Champions, oppure segnale che nelle gerarchie di Casa Milan non è un quadro  di rose e fiori come qualcuno vorrebbe dipingere?

Detto questo, suona come paradossale che ora venga salutato come alfiere dell’etica sportiva un club come il Paris Saint Germain, che per anni si è fatto beffe delle norme Uefa sul Financial Fair Play. E nei fatti di proprietà di quel Qatar sulla cui organizzazione dei Mondiali 2022 si stanno sollevando molte problematiche di natura umanitaria (ma qui la prima indiziata è la FIFA). Non solo, ma per rincarare la dose Nasser Al-Khelaifi è stato elette nuovo presidente dell’Eca al posto di Agnelli

Così come è suonato quasi irriverente il tweet di biasimo sulla Superlega da parte del Wolverhampton, società inglese fortemente legato al superprocuratore Jorge Mendes. Forse l’alfiere più evidente del calcio inteso come business.

Tirando le somme però, per quanto sia stato grossolano e mal gestito, il grido d’allarme dei principali club europei non può non essere percepito dall’Uefa che deve iniziare a darsi una mossa per valorizzare al massimo il suo prodotto.

Agnelli in questi anni ha menzionato in più di un’occasione come la Champions League debba migliorare molto sul piano del marketing. In un meeting di qualche anno fa all’Università Bocconi di Milano spiegò: “L’audience della finale di Champions League è di 180 milioni contro i 140 milioni di audience del Superbowl. Quello che deve fare riflettere è che la Champions fattura 2,4 miliardi di euro, mentre l’NFL 5 mld di euro: il doppio, a fronte di un evento conclusivo inferiore e di un bacino di utenza che è un decimo di quello del calcio”.

In questi anni le cifre non si sono alzate di molto arrivando a poco oltre 3 miliardi.

La sensazione è che i manager Uefa siano più interessati a lavorare per mantenere gli equilibri politici necessari per la propria rielezione che non per sviluppare un prodotto che evidentemente non è sfruttato a pieno. Altrimenti perché un gigante bancario come Jp Morgan Chase metterebbe sul piatto sino a 6 miliardi di dollari se non fosse fiducioso che questo verrebbe remunerato lautamente?

Insomma il golpe è stavo sventato, ma sottovalutare ancora i mal di pancia dei club potrebbero essere mortifero.

E infatti Florentino Perez è tornato a tuonare: “la Superlega è soltanto in stand-by”.

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