Perchè Arabia vuole comprare Inter
Foto Andrea Staccioli / Insidefoto

Massima disponibilità di denaro, un progetto in espansione e l’ambizione di riqualificare il nome dell’Arabia Saudita. Sono questi i tre elementi che caratterizzano il Public Investment Fund (PIF), il fondo di investimento sovrano che fa capo direttamente a Mohammad bin Salman, il giovane principe ereditario del Regno, che negli ultimi giorni è emerso come potenziale acquirente nelle trattative per la cessione dell’Inter.

Mohammad bin Salman ha imbastito un enorme progetto di cambiamento del Paese, riassunto dalla Saudi Vision 2030, il piano strategico lanciato dallo stesso principe nel 2016 per guidare il rinnovamento dell’economia e dell’immagine internazionale dell’Arabia Saudita.

L’obiettivo è sfruttare l’immensa liquidità del Paese, quasi totalmente legata all’esportazione del petrolio, per diversificare gli investimenti. Obiettivo: non essere più dipendenti unicamente dall’oro nero ma costruire diverse entrate economiche, come ad esempio il turismo, supportato e promosso dalla rinnovata campagna Visit Saudi circolata negli scorsi mesi sui nostri schermi.

In questo progetto il PIF gioca un ruolo chiave. Il fondo è dal 2015 in capo al principe, ovviamente intenzionato ad indirizzarne gli investimenti per metterli in linea con la “sua” Vision 2030. Nel programma per il periodo 2021-2025, il PIF individua 13 settori strategici, tra cui emerge la voce Entertainment, Leisure and Sports.

Il desiderio del Regno, oltre a «diversificare e arricchire le esperienze di intrattenimento per una società più vibrante», è quello di «solidificare il settore dell’economia sportiva e il suo ruolo sociale». Investimenti sul territorio, per rendere l’Arabia Saudita una nuova meta per diverse categorie di turisti, ma anche investimenti nell’economia dello sport in generale. La possibilità di investire nell’Inter, legando il nome Saudi alla società nerazzurra, rappresenta quindi un’occasione unica, funzionale agli obiettivi e agli interessi del principe e del Regno.

Ma il tema non è di natura puramente economica. Gli amanti del calcio europeo hanno imparato a conoscere gli “sceicchi”: quando pensiamo al City o al PSG, quando guardiamo gli sponsor di maglia di Milan, Roma o Barcellona, quando vediamo i nomi degli stadi di Londra e Manchester. L’immagine quasi esotica di uomini con kefiah e kandura bianco perla non risulta più così strana, come avrebbe potuto essere una ventina di anni fa.

Gli sceicchi, imprenditori o uomini dei governi del Golfo, sono ormai parte integrante della scena calcistica europea. Ma fino a questo momento è stata una gara tra due Paesi, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, dalla quale lo Stato più influente della regione è rimasto del tutto tagliato fuori. Ed è chiaro che al principe tutto questo non possa andare bene.

Il governo di Doha è ormai associato in maniera indelebile al Paris Saint-Germain, di proprietà della Qatar Sports Investment, ma anche alle diverse sponsorizzazioni che la compagnia di bandiera, la Qatar Airways, è riuscita a portare a termine sul continente (e non solo). Per quanto riguarda gli Emirati, bisogna invece fare una distinzione.

Da un lato c’è Dubai, emirato relativamente povero di petrolio, che individuato nel turismo sfrenato una consistente fonte di introiti alternativa. Dubai è presente con il marchio Fly Emirates, emblema stampato sulle divise di alcune tra le più prestigiose compagini europee. Dall’altro lato c’è Abu Dhabi, l’emirato della capitale, ricco di petrolio e ostile a Doha (a differenza di Dubai), il cui nome è collegato al Manchester City e alla compagnia di bandiera Etihad Airways.

Mohammed bin Salman e Salman bin Abdulaziz (Photo by FAYEZ NURELDINE/AFP via Getty Images)

Il discorso è semplice. Vediamo il PSG e pensiamo al Qatar, vediamo il City e pensiamo agli Emirati. Arabia Saudita? Ancora niente. Pochissimi investitori, tra cui il proprietario dello Sheffield United, troppo poco influente per competere.

Per Doha e gli Emirati si tratta di una pubblicità considerevole, che permette al pubblico europeo di conoscerli, di diventare familiari con il loro nome, di sognare viaggi in Paesi lontani utilizzando le loro compagnie. Cercheresti un volo per Bangkok con Emirates, Qatar Airways o Saudia? Le prime due le trovi ovunque, la terza potresti non averla mai sentita nominare.

L’obiettivo di Bin Salman, anche in una logica di competizione regionale, è invertire questa tendenza, e il calcio è chiaramente uno strumento potentissimo a riguardo. I rischi ci sono, e potrebbero danneggiare i vari progetti: si prenda ad esempio il dibattito che dal 2010 ruota attorno ai mondiali in Qatar, nelle sue molteplici sfaccettature, con cui Doha dovrà fare i conti per diverso tempo.

Anche per il Regno, nel caso, non sarà per niente facile, soprattutto per lo stesso Mohammad Bin Salman. Un rapporto delle Nazioni Unite ha sottolineato come ci siano «prove schiaccianti» sul fatto che il principe sia il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. La delicata posizione di Bin Salman sull’omicidio, oramai divenuto un caso internazionale, si aggiunge alle critiche che le organizzazioni internazionali rivolgono quotidianamente all’Arabia Saudita.

Nel Regno, dove vige una ferrea interpretazione della legge islamica, è ancora in vigore la pena di morte, da attuarsi con strumenti quali la decapitazione (il più utilizzato) ma anche lapidazione o persino la crocifissione. Anche negli Emirati e in Qatar è prevista la pena di morte, nell’ultimo caso solo tramite fucilazione, ma il ricorso ad essa è decisamente inferiore rispetto alla controparte saudita, seppur anche per ragioni demografiche.

E risulta un tema particolarmente delicato anche la condizione della donna nella società saudita, considerata la peggiore dell’intera regione, sulla quale sono stati fatti dei piccoli passi su una strada che rimane tuttavia lunghissima. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare, e l’idea di legare il proprio nome al calcio europeo potrebbe mostrarsi piuttosto allettante.

Ed ecco che arriva l’occasione Inter, che potrebbe diventare il primo passo per competere con Doha, Dubai e Abu Dhabi, forte della disponibilità di uno dei fondi sovrani più ricchi del mondo, con AUM (Asset under management, leggasi valore di mercato dei fondi gestiti) pari a 347 miliardi di dollari.

Il PIF andrà fino in fondo? La trattativa si evolverà? Davvero l’Inter diventerà uno strumento di soft power nel tentativo di riqualificazione dell’immagine di uno dei regimi più controversi al mondo? È ancora presto per dirlo. Ma gli obiettivi di Mohammad Bin Salman sono chiari, e il treno che porta al calcio europeo, passando per Milano, è in procinto di partire. E a Riyad non conviene proprio lasciarselo sfuggire.

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