Taglio agli stipendi dei calciatori
(Foto Andrea Staccioli / Insidefoto)

Articolo a cura dell’avvocato Ranieri Romani, Partner LCA Studio Legale (Esperto in diritto del lavoro, relazioni industriali e diritto sportivo).

Taglio agli stipendi dei calciatori: gli impatti economici e giuridici

Taglio agli stipendi dei calciatori. Tema caldo. Anzi, caldissimo. Quasi tutte le attività produttive e commerciali sono ferme. Lo sport è fermo. Alle società di calcio mancano gli incassi dei botteghini. Potrebbero (quasi certamente) mancare tutti (o una gran parte) dei ricavi derivanti da marketing, sponsorizzazioni e diritti televisivi.

La sospensione delle manifestazioni calcistiche (e dello sport in generale) potrebbe avere un impatto devastante su tutto il sistema calcio. Serve un rimedio, subito. Sì, perché – per fare un po’ di numeri – il fatturato del calcio italiano (professionistico e dilettantistico) è di circa 5 miliardi all’anno. Solamente Serie A, B e C, nella stagione sportiva 2018/2019, hanno prodotto 3,8 miliardi (il 77% del totale), con diritti TV, plusvalenze, introiti commerciali e incassi per biglietti e abbonamenti allo stadio.

In Serie A, lo stop definitivo dei tornei della stagione 2019/2020 potrebbe “costare” alle società di calcio, (considerando i mancati introiti da diritti TV, stadio e sponsorizzazioni) circa 700 milioni.

In tale contesto, è dunque comprensibile la necessità per le società di ridurre i costi di struttura, non più economicamente sostenibili in mancanza dei sopra citati introiti.

Ranieri Romani, partner di LCA Studio Legale
Ranieri Romani, partner di LCA Studio Legale

Taglio agli stipendi dei calciatori – Il monte ingaggi dei club di Serie A

E la prima voce di costo delle società sportive (almeno delle più importanti) sono le retribuzioni dei tesserati (calciatori, allenatori, direttori sportivi). Il dato generale è che il monte stipendi lordo dei soli calciatori di Serie A (stagione 2019/2020) è di 1,36 miliardi, non equamente distribuiti: quasi 300 milioni per la Juventus, tra 120 e 140 per Inter e Roma, 115 per il Milan e 100 per il Napoli. Le restanti squadre tutte sotto i 100 milioni: dai circa 70 della Lazio sino ai 25 dell’Hellas Verona.

Numeri impressionanti se confrontati con quelli degli altri (molti, moltissimi) dipendenti non tesserati delle medesime società. Come emerge dagli ultimi dati, nella sola Serie A si contano, infatti, 1581 dipendenti (non tesserati): 250 la Juventus, 232 l’Inter, 194 la Roma, 166 il Milan, 126 l’Udinese. Tutte le altre società ne hanno meno di 100: a partire dalla Fiorentina con 99 sino ad arrivare al Brescia con solo 10. Dipendenti (non tesserati) che incidono sui bilanci  con voci di spesa molto circoscritte rispetto ai “colleghi” tesserati: all’Inter i non tesserati costano complessivamente quasi 19 milioni (media pro capite circa 80 mila), alla Juventus oltre 14 (media pro capite quasi 60 mila), al Milan oltre 12 (media pro capite oltre 70 mila), alla Fiorentina 5 (media pro capite oltre 50 mila) e all’Hellas Verona, che ne conta solo 18, mezzo milione (media pro capite circa 30 mila).

Dai numeri sopra riportati emerge che la riduzione degli stipendi dei calciatori può essere determinante per salvare le società di calcio dal rischio di default e, di conseguenza, anche il posto di lavoro dei dipendenti non tesserati (che abbiamo visto essere la maggior parte). Una riduzione media anche solo del 20% farebbe, infatti, risparmiare alle società circa 300 milioni di euro.

Taglio agli stipendi dei calciatori – Il confronto tra Lega Serie A e AIC

Da questa esigenza nascono i botta e risposta tra Lega e Associazione Italiana Calciatori (AIC) per cercare di arrivare a un accordo che possa risolvere, nell’interesse di tutte le parti, questa straordinaria e imprevedibile situazione.

Accordo tra Lega e AIC che, ove sottoscritto, non vincolerebbe però i calciatori, i quali potrebbero non dare il proprio consenso alla modifica del contratto individuale di lavoro. In tale ipotesi si potrebbero aprire vari scenari. Le società potrebbero unilateralmente smettere di pagare i calciatori (almeno per una parte della retribuzione) stante l’oggettiva impossibilità sopravvenuta della prestazione.

Ma in realtà la prestazione (almeno in parte) c’è: ai calciatori, infatti, viene chiesto di allenarsi ogni giorno in vista della possibile ripresa del campionato, vengono inviati programmi di allenamento e, ad alcuni, viene chiesto un report serale di ciò che è stato fatto e come.

Non solo. Si potrebbe arrivare a discutere anche dell’attuale status dei calciatori, molti dei quali sono formalmente in ferie ma, come detto, stanno svolgendo la prestazione lavorativa. Peraltro, molti di essi hanno terminato le ferie, si tratta quindi di una unilaterale forzosa anticipazione delle ferie.

Tutte tematiche che, ove non risolte con un accordo individuale, potrebbero portare a lunghi contenziosi tra società e calciatori. Ma l’accordo dovrà disciplinare sia la fase dell’attuale sospensione (seppur parziale) dell’attività lavorativa sia la fase successiva, quella cioè della futura ripresa dei tornei.

Sarebbe troppo pericoloso (per entrambe le parti) limitarsi a gestire esclusivamente l’attuale situazione: i veri problemi, infatti, potranno arrivare tra qualche mese.

Sotto tale aspetto, non è escluso che le società, in vista dei presumibili mancati introiti dei prossimi mesi (forse anni), chiederanno ai calciatori di negoziare (al ribasso) l’intera componente economica dei contratti, eventualmente “spalmandola” su più anni di contratto.

Oppure si potrebbe pensare a un accordo che preveda la riduzione (oggi) della retribuzione e il pagamento (in futuro) di almeno una parte della retribuzione “persa” al verificarsi di alcuni eventi o al raggiungimento di determinati obiettivi (in termini di introiti commerciali, sponsorizzazioni, entrate da botteghini). E questo, presumibilmente, sarà l’approccio che guiderà le trattative in futuro: gran parte della retribuzione dei calciatori sarà connessa a risultati ed eventi, in modo tale da garantire un paracadute alle società in caso di nuovi eventi straordinari e imprevedibili che dovessero comportare la sospensione dell’attività.

In caso di mancato accordo con i tesserati in merito alla riduzione degli stipendi, specie in caso di ripresa delle manifestazioni sportive, le società potrebbero addirittura rivolgersi a un giudice chiedendo la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta, essendo la prestazione divenuta eccessivamente costosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, come previsto dall’art. 1467 del codice civile. Scenario – al momento – poco probabile posto che, nelle società di calcio, l’assetche ha maggior valore economico è proprio il “cartellino” dei calciatori. Chiedendo la risoluzione del contratto le società perderebbero “a zero” il proprio principale asset.

Taglio agli stipendi dei calciatori – Necessaria una revisione dei contratti

In definitiva, nell’interesse di tutti e per evitare il fallimento del sistema calcio (che ruota attorno agli introiti commerciali, diritti TV, sponsorizzazioni, abbonamenti allo stadio, ecc.) si tratterà necessariamente di rivedere i termini economici dei contratti di lavoro dei calciatori (almeno quelli di Serie A); altrimenti il sistema rischia di non reggere. Per le categorie inferiori (Serie B e C), dove la maggior parte dei calciatori ha un reddito inferiore ai 50 mila euro, il discorso è un po’ diverso e a tratti più delicato: essendo poco probabile arrivare a un accordo di riduzione della retribuzione, sarebbe più opportuno prevedere ammortizzatori sociali ad hoc per tali categorie oltre a un fondo di garanzia straordinario per l’emergenza Covid-19, eventualmente finanziato da società e tesserati di Serie A, quale percentuale del monte ingaggi (si pensi, a titolo di esempio, che anche solo l’1,5% del monte ingaggi dei tesserati di Serie A finanzierebbe un fondo di circa 20 milioni di Euro, utile per risolvere gran parte dei problemi delle società di Serie B e C).

Servirà, però, la volontà reciproca di tutte le parti coinvolte di rinunciare (almeno parzialmente) alle proprie pretese. E ciò nell’interesse di tutti: calciatori, società, agenti, direttori sportivi, allenatori, sponsor, TV, ecc. i quali, nel rispetto del generale principio di buona fede, dovranno rinegoziare i contratti adattandoli all’attuale situazione di emergenza. L’alternativa sarà una proliferazione dei contenziosi, dove il rischio reale è che, anche a causa di tempi lunghi ed esiti incerti, si facciano tutti molto (più) male.