(Photo credit should read FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

La Champions League 2018/19, conclusa il primo giugno 2019 con la vittoria del Liverpool ai danni del Tottenham, è stata la prima edizione della competizione del nuovo ciclo commerciale 2018-2021, che ha previsto una differente modalità di distribuzione delle risorse ai club partecipanti.

Rispetto al triennio precedente, oltre ad un significativo aumento delle risorse conseguente al nuovo contratto, circa 500 milioni di euro in più (+41%), la più importante novità è stata l’introduzione della quota legata al ranking storico.

Il nuovo parametro introdotto si basa sulle prestazioni ottenute negli ultimi 10 anni (maggiore peso nella composizione del punteggio finale), più punti bonus per aver vinto la UEFA Champions League/Coppa dei Campioni, la UEFA Europa League/Coppa UEFA e la Coppa delle Coppe. 

Il montepremi Champions League complessivo

Le risorse disponibili per le squadre partecipanti alla Champions League 2018/19, per un totale di 1,97 miliardi di euro, sono state così suddivise:

  • 25,4% partecipazione (€502 milioni);
  • 30,2% performance (€597,9 milioni);
  • 14,8% market pool (€292 milioni);
  • 29,6% ranking storico (€585 milioni).

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Rispetto al triennio precedente, è aumentata la percentuale relativa alla quota dei risultati (+5,3%), mentre diminuiscono le quote legate alla partecipazione (-7,2%) e al market pool (-27,7%).

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Quali implicazioni?

Innanzitutto più soldi per i club partecipanti, per effetto dell’aumento delle risorse complessive.

Ciò determinerà un’ulteriore aumento del divario economico fra i club che partecipano alla CL (fra l’altro per grandissima parte sempre gli stessi) e il resto dei club, con riverberi evidenti anche nelle competizioni nazionali, specialmente quelle delle federazioni più piccole.

L’aumento della quota relativa alla performance e l’introduzione della quota legata al ranking favoriscono i club più ricchi, che come ampiamente dimostrato in numerose analisi, hanno performance sportive migliori e più punti relativi al ranking storico.

Assegnare un peso maggiore ai fini del calcolo del ranking storico ai risultati degli ultimi 10 anni, rispetto ai risultati precedenti, inoltre, non rende giustizia ai club che hanno contribuito a trasformare la Champions League nella più importante, ricca e affascinante competizione al mondo per club: Benfica, Celtic, Ajax, Nottingham Forest, Aston Villa, Stella Rossa e altri ancora, nonostante il loro determinante contributo al prestigio della competizione, raccolgono (o raccoglieranno quando vi parteciperanno) una quota ridotta di risorse legate al ranking storico rispetto a i club protagonisti di vittorie più recenti.

La notevole riduzione della quota del market pool, invece, è da considerarsi come una novità positiva, in quanto va in direzione di una maggiore ridistribuzione dei ricavi, determinando, a giudizio di chi scrive, diverse implicazioni positive.

 

Innanzitutto favorisce i club delle federazioni in cui i mercati televisivi hanno una minore capacità di spesa, nei quali i broadcaster pagano meno per trasmettere le partite. E’ evidente che il mercato televisivo della Premier League valga di più in termini economici di quello del Portogallo, cosi come quello della Germania rispetto all’Olanda, e così via. Contano tante variabili: il PIL del Paese, la sua popolazione, la diffusione del prodotto calcio, etc. Tutto ciò va quindi a vantaggio di club importanti che appartengono a federazioni con mercati televisivi minori: Porto, Benfica, Ajax, Celtic, solo per fare alcuni esempi.

Inoltre riduce alcune storture legate al meccanismo di distribuzione della quota anche fra i club di una stessa federazione. In passato, infatti, la divisione delle risorse del market pool non è stata uguale per tutti i club di una stessa federazione, ma ha premiato, eccessivamente a nostro giudizio, i club che hanno performato meglio, creando forti disuguaglianze all’interno delle competizioni nazionali. La serie A è forse l’esempio più chiaro di quanto appena affermato.

Negli ultimi due cicli europei (dal 2012/13 al 2017/18), la Juventus ha potuto contare sulle significative risorse dei broadcasterper il mercato italiano, Sky e Mediaset; sulla presenza per diverse edizioni di soltanto tre club in Champions League; sulle poco brillanti performance degli altri club italiani, spesso eliminati agli spareggi, ancor prima, cioè, di entrare nel tabellone iniziale.

Non vi è alcun dubbio che la “tempesta perfetta” abbia tirato il vento in poppa alla Juventus. Pur non avendo vinto la competizione (ma avendo all’attivo due finali), per tre volte nelle ultime sei stagioni precedenti a quella conclusa, quelle con i vecchi criteri di ripartizione delle risorse (dal 2012/13 al 2017/18), la Juventus ha incassato i più alti premi UEFA fra tutti i club partecipanti. Di questi ricavi complessivi, circa il 64% deriva dal market pool. Tutto ciò ha garantito ogni stagione premi consistenti e sempre più alti ai bianconeri rispetto agli altri club italiani, e ha contribuito notevolmente a determinare quel solco economico (capacità di spesa sul mercato e di sostenibilità del monte ingaggi) che esiste fra i bianconeri e il resto dei club delle Serie A, concorrendo ad alimentare un circolo (virtuoso per il club bianconero, vizioso per la competitività) fatto di 8 campionati di fila, 4 double campionato/coppa Italia consecutivi. Un dominio cosi fatto non c’era mai stato nel massimo campionato italiano. Situazioni simili si sono verificate anche in Bundesliga e in Ligue 1, solo per restare fra i campionati maggiori.

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Cosa sarebbe utile per aumentare la competitività?

Quanto esposto si scontra con le dichiarazioni rilasciate in più occasioni dai vertici UEFA a favore di una riduzione del gap economico fra i club, al fine di garantire maggiore competitività nelle sfide europee e nei campionati nazionali.

Un torneo più competitivo, e quindi più appetibile per gli investitori internazionali, necessita di una più equa distribuzione dei ricavi. Una rivoluzione che passa solo attraverso profondi cambiamenti.

Alcuni esempi: una tassa sui trasferimenti e sullo sfondamento di un ipotetico tetto salariale, da ridistribuire ai club più piccoli; una limitazione al numero complessivo di trasferimenti. Tuttavia sarebbe opportuno poter agire anche sulla ripartizione dei premi UEFA, in particolare quelli della Champions League, per esempio assegnando una maggiore quota alla partecipazione, riducendo al contempo quella relativa alle vittorie. Inoltre si dovrebbe aumentare sensibilmente la quota per i club che partecipano all’Europa League e la quota di solidarietà da assegnare ai club che non prendono parte alle competizioni. In questo senso sembra andare l’istituzione di una terza competizione continentale, della quale ancora, tuttavia, ancora poco o nulla si conosce circa la modalità di ripartizione delle risorse da destinare ai club.

La Champions League oggi rappresenta la principale fonte di differenziale economico fra i club, sia direttamente, attraverso i sempre più ricchi premi elargiti, sia per l’enorme visibilità ed esposizione commerciale per i club e gli atleti che vi prendono parte. Parteciparvi o meno incide pesantemente sulla stabilità finanziaria dei club. A conferma di quanto detto basta citare le crisi economiche e tecniche di Milan e Inter, rimasti fuori dalla Champions League per diverse stagioni. Con queste modalità di distribuzione delle risorse, buona parte dei club che non prendesse parte alla massima competizione europea per un periodo più o meno lungo, avrebbe pesanti ripercussioni relativamente al proprio equilibrio economico.

Le comprensibili resistenze da parte dei club più ricchi a proposte in senso di maggiore ridistribuzione delle risorse sono sempre forti, e lo sbocco in una Super Lega europea appare sempre più probabile.

Nel più puro spirito decoubertiniano, si può dire, vincere è importante, quanto partecipare: tanto, partecipando si vince lo stesso.

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1 COMMENTO

  1. Quando si farà una Eurolega del calcio sarà il vero salto qualitativo del calcio finalmente.
    I campionati nazionali se devono continuare a giocarsi coi top club europei, hanno senso di esistere con massimo 14-16 squadre per il calcio e 12-14 per gli altri sport

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