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Leonardo Sarto, trequarti della nazionale italiana di rugby (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Il 5 febbraio 2000, l’Italrugby scendeva in campo per la prima volta nel torneo che, proprio dal 2000, aveva iniziato a chiamarsi Sei Nazioni. I risultati della nostra nazionale nella seconda metà degli anni novanta, tra cui lo storico successo di Grenoble nel 1997 contro la Francia che aveva appena conquistato il Grande Slam, avevano aperto le porte al più famoso torneo continentale per la palla ovale. Era la squadra dei vari Dominguez, Troncon, Vaccari, Francescato, un insieme di talenti che non si sono più riproposti, purtroppo. E la storica vittoria all’esordio al Flaminio di Roma contro la Scozia (34-20), che quel 5 febbraio di 20 anni fa sembrava poter essere la prima di tante, si è trasformata in una eccezione sempre più difficile da ripetere.

Basta dare un’occhiata ai numeri, che parlano di 12 vittorie (compresa quella all’esordio) in 101 partite finora disputate, considerando anche l’esordio nel torneo 2020 con sconfitta per 42-0 contro il Galles. La percentuale di successi è dell’11,9%: chi ha fatto peggio tra le altre è la Scozia, ma con il 27,7% di vittorie (28), mentre tutte le altre superano il 55%.

Il primato per gli azzurri è di due vittorie in una singola edizione, record centrato in due diverse occasioni (2007 e 2013), ma dal 2016 lo score a fine anno è sempre inchiodato sullo zero: una sola vittoria nelle ultime 30 partite, l’ultimo successo in casa risale addirittura al 16 marzo 2013. Per ben 14 occasioni gli azzurri hanno chiuso ultimi conquistando il famigerato cucchiaio di legno e chiudendo in 9 occasioni senza alcuna vittoria (il cosiddetto “whitewash”), mentre la media parla di una differenza negativa di 19 punti e 2,5 mete a partita. Risultati che parlano chiaro.

“Il budget è diverso”, ribadisce qualcuno. Certo, come è diversa allo stesso modo della passione per il rugby negli altri paesi: nel Regno Unito si avvicina spesso alla religione, più che ad uno sport. Anche per questo le federazioni rugbistiche straniere gestiscono budget decisamente superiori: nel 2019 la federazione inglese ha avuto ricavi per 241 milioni di euro, contro i 102,6 del Galles, i 102,5 della Francia, gli 87,5 dell’Irlanda e i 69,3 della Scozia.

Italia Francia Galles Inghilterra Irlanda Scozia
2019 44,4 102,5 102,6 241,8 87,5 69,3
2018 45,4 110,2 109,8 195,1 85,7 64,8
2017 44,8 101,6 85,5 211,0 76,6 58,7
2016 46,0 119,3 89,7 498,2 76,1 58,1
2015 47,1 100,3 89,3 286,6 74,1 61,0
2014 43,4 100,1 72,6 188,9 69,7 54,3
2013 44,0 91,1 71,8 182,0 65,7 46,3
2012 39,6 94,3 78,0 143,9 67,2 47,2
2011 37,1 89,0 62,5 157,1 69,3 40,4
2010 33,1 88,1 68,2 130,7 59,2 39,2
TOTALE 424,8 996,5 830,0 2.235,2 731,1 539,1
MEDIA 42,5 99,7 83,0 223,5 73,1 53,9
VAR. % 10-19 34,1% 16,3% 50,4% 85,0% 47,8% 76,9%

 

L’Italia, stando ai dati preventivi per il 2019 (non è ancora reso noto il consuntivo),  ha ricavi per 44,4 milioni di euro, numeri decuplicati rispetto al 2000, quando la cifra complessiva si aggirava intorno ai 4 milioni di euro, seppur decisamente inferiori rispetto alle avversarie. Ma il divario si è ampliato notevolmente negli ultimi 10 anni: nel 2010 la Fir fatturava 33 milioni, contro i 39 della Scozia. Nel frattempo, gli scozzesi hanno visto crescere i ricavi del 77%, mentre l’Italia “solo” del 34%, con Irlanda +48%, Galles +50% e Inghilterra +85%. La Francia fa peggio di noi (+16%), ma partiva già da una quota vicina ai 100 milioni (88 milioni di ricavi nel 2010).

Ricavi che per l’Italia dipendono in quasi la maggior parte dal Sei Nazioni. Dal 2010 (compresi i dati preventivi 2019), i ricavi dal torneo sono stati pari a 182 milioni di euro complessivi, su un fatturato aggregato pari a 424,8 milioni di euro: in sostanza, il Sei Nazioni vale il 43% dei ricavi dell’intera federazione in termini di entrate dalla biglietteria, sponsor e diritti tv.

Fatturato 6 Nazioni Fatturato complessivo %
2019 18.942.000 44.371.091 42,69%
2018 19.108.729 45.447.165 42,05%
2017 19.054.598 44.756.644 42,57%
2016 18.908.339 45.962.494 41,14%
2015 19.158.195 47.137.708 40,64%
2014 16.640.705 43.366.701 38,37%
2013 17.721.552 44.022.657 40,26%
2012 18.903.316 39.612.908 47,72%
2011 17.326.316 37.059.601 46,75%
2010 16.313.238 33.080.980 49,31%
TOTALE 182.076.988 424.817.949 42,86%

 

Il budget e anche il bacino di utenza, quindi, sono ben diversi rispetto alle dirette concorrenti. E anche in Italia la lotta è complicata. Stando ai dati 2017 (ultimi messi a disposizione dal Coni), gli atleti tesserati della Federugby erano 82.432: meno ovviamente del calcio (1.056.824), ma anche di tennis (372.964), pallavolo (331.843), basket (317.321), atletica (270.602), pesca sportiva (171.157), nuoto (163.307), vela (141.672), Judo Lotta Karate Arti Marziali (135.541), motociclismo (128.148), ginnastica (124.629), bocce (105.535), danza (105.053), sport equestri (98.576) e golf (90.167).

Il rugby è quindi il 15° sport in Italia per numeri di tesserati. La classifica tuttavia cambia radicalmente considerando il lato economico: la Federugby è infatti la quarta federazione in Italia per fatturato, sia considerando i dati consuntivi del 2018 (dietro a calcio, tennis e pallavolo) sia i dati preventivi del 2019 (dietro a calcio, tennis e basket).

RICAVI 2018 RICAVI PREVENTIVO 2019
FIGC (calcio) 160.432.995 172.851.376
FIT (tennis) 58.485.639 61.559.180
FIP (pallacanestro) 40.126.163 44.501.375
FIR (rugby) 45.447.165 44.371.091
FIPAV (pallavolo 57.384.399 42.798.294
FIN (nuoto) 43.819.861 39.839.721
FISI (sport invernali) 29.557.306 25.409.016
FIDAL (atletica) 24.939.132 24.977.187
FISE (sport equestri) 21.329.105 22.236.572
FIG (golf)
21.849.159 21.563.646

 

Soldi che vengono reinvestiti in parte anche sui club: la partecipazione di Zebre e Benetton Treviso al Pro14 (campionato transnazionale con squadre provenienti da Galles, Irlanda, Italia, Scozia e Sudafrica) pesa per 14 milioni di euro circa sul bilancio 2018, di cui contributi a favore delle franchigie per circa 9,6 milioni di euro. Investimenti che hanno contribuito a far giocare gli italiani in un campionato più competitivo (d’altronde i convocati per l’esordio al Sei Nazioni erano 18 giocatori delle Zebre e 16 di Treviso), senza tuttavia risultati sul campo, sia in nazionale come spiegato sopra sia per gli stessi club (dall’ingresso nel Pro14 per Benetton 33% di vittorie e per le Zebre-Aironi 16%).

Il rischio, così, è che anche l’interesse dei tifosi vada calando. Una tendenza dimostrata nella passata stagione: per le tre gare del Sei Nazioni all’Olimpico l’Italia ha avuto una media di 45.400 spettatori circa, la più bassa da quando gioca le gare nel principale impianto della capitale, con il primato negativo di 38.500 spettatori per Italia-Galles. Nel 2018, per fare un confronto, la media per le due gare casalinghe era stata di 60mila spettatori. E lo stesso vale per gli ascolti tv: nel 2016 la media era di circa 640mila spettatori a partita, nel 2019 per le due gare i cui ascolti sono stati resi noti non si va oltre i 437mila. La passione esplosa nel primo decennio del Sei Nazioni, che aveva anche portato alla scelta appunto di aprire l’Olimpico al rugby, rischia così di svanire: l’effetto negativo, tra gli altri aspetti, di una nazionale che nel Sei Nazioni non vince da quasi quattro anni.

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